Palestina Teatro Zoom

Una storia vera nell’ultimo spettacolo del Freedom Theatre

Di Fiona Dunlop. Your Middle East (21/05/2015). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Sembra che niente di quello che riguarda la Palestina sia esente da accese reazioni, nemmeno l’ultima produzione del Freedom Theatre, dal titolo “The Siege” (L’assedio). Concepito per un tour nel Regno Unito, il primo in Gran Bretagna di questa dinamica compagnia di teatro di Jenin, lo spettacolo ha debuttato a Manchester prima di arrivare a Londra il 19 maggio. Si tratta del più grande tour creato da una compagnia palestinese nel Regno Unito. Di fronte al Battersea Arts Centre, gli spettatori sono stati accolti da un gruppo di sionisti che manifestavano contro la rappresentazione teatrale. Ancora una volta, il diritto fondamentale alla libertà dei Palestinesi viene minacciato.

“The Siege” è basato sulla storia vera dei combattenti palestinesi che cercarono rifugio nella chiesa della natività a Betlemme nel corso della seconda intifada, nel 2002. Oltre ai cinque combattenti armati, uno dei quali gravemente ferito, ci sono circa 200 persone, tra preti, suore e civili, che chiaramente non si vedono nello spettacolo ma sono rappresentati da un prete che accetta di dar loro asilo e cibo. Fuori, ammassato intorno alla chiesa c’è l’esercito israeliano, nel pieno delle sue forze, trasmesso agli spettatori attraverso vere riprese video e suoni terrificanti di carri armati stridenti, forti esplosioni, sparatorie ed inviti ad arrendersi da parte dell’esercito israeliano. L’intera città è a un punto morto a causa del coprifuoco, una paralisi che porterà alla resa dopo 39 giorni di prigionia. Nel frattempo, le condizioni peggiorano all’interno della chiesa, le ferite si trasformano in cancrena  e le famiglie chiamano sui cellulari mentre i protagonisti parlano, discutono, cantano e giocano persino a domino. La loro unica acqua proviene da un pozzo sporco, costringendoli a filtrarla con i loro vestiti. Il cibo viene presto fatto fuori, portandoli a mangiare le foglie dagli alberi del cortile, mentre ironicamente sognano la maqloubeh, un piatto palestinese.

Per dare vita alla rappresentazione, i co-registi Nabil al-Raee (direttore artistico del Freedom Theatre) e Zoe Lafferty (regista britannico) hanno intervistato molti dei combattenti sopravvissuti, sparpagliati tra Gaza e l’Europa. Perché alla fine, anche se erano abbastanza pronti a morire per la causa, una chiamata da una madre palestinese li ha convinti a fare un patto faustiano con Israele per riportare la pace a Betlemme. Un patto che prevede l’esilio. Che ironia, solamente un’altra forma di prigionia. Oggi, 13 anni più tardi, questi sventurati palestinesi hanno sacrificato le loro radici, in un caso anche un figlio mai visto, e gli è stata negata la cittadinanza nei loro paesi di esilio.

Nonostante le risorse limitate, lo spettacolo funziona. I dialoghi principali sono in arabo, con sottotitoli in inglese, anche se ci sono interventi occasionali di una guida anglofona che si rivolge agli spettatori come se fossero un gruppo di turisti che sta visitando la chiesa oggi. Questo ingegnoso stratagemma crea distanza rispetto al dramma principale, inserisce il tutto in un contesto e fornisce una bella dose di ironia palestinese. Si tratta di un teatro puramente politico, ma che porta con sé delle domande esistenzialiste: “Perché siamo qui?”, viene spesso chiesto. Allo stesso tempo, il focus storico simboleggia in realtà una questione molto più ampia, quella dell’oppressione israeliana. In una discussione post-spettacolo, l’attore e regista Samuel  West sottolinea “la claustrofobia dell’assedio come un microcosmo della vita quotidiana in Palestina.” Affianco a lui, uno degli attori, Faisal Abu Alheja, alla domanda su cosa fosse speciale di Jenin (città quasi totalmente distrutta nel corso della seconda Intifada) risponde: “La gente di Jenin non si arrenderà mai. Di giorno siamo sotto l’Autorità Palestinese, di notte sotto le Forze di Difesa Israeliane. Non possiamo più coltivare cocomeri, ma possiamo fare teatro!”. Quindi la libertà palestinese esiste, anche solo nella mente.

Fiona Dunlop è una scrittrice di cibo e viaggi che vive a Londra. Ha viaggiato molto in Nord Africa e Medio Oriente.

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Viviana Schiavo

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