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Una parola per José Saramago: Africano

di Houda Louassini (per Fundaçao José Saramago, sez. “90 anni, 90 parole”). Traduzione di Claudia Avolio.

E’ curioso che, dopo i primi sentimenti d’incredulità e tristezza che mi provocò la notizia della morte di José Saramago – quel 18 giugno del 2010 – non ho potuto fare a meno di pensare alla semola. Be’… sì. Ho pensato alla semola di grano con cui si prepara il couscous, il piatto più semplice e popolare della cucina marocchina e del Nord Africa. Mi sono resa conto che non avrei più potuto preparare un altro couscous per José e così ho pianto ricordando che l’ultima volta in cui lo preparai a casa sua, i granelli della semola si raggrumarono un tantino. Non erano come avrebbero dovuto essere, come quando le mani esperte delle donne della mia terra sbriciolano la semola e lasciano i granelli sciolti, diafani, liberi, ariosi, disperdendo l’odore appetitoso di burro fuso…

Nonostante José, Pilar e altri commensali presenti assicurassero che il couscous era molto buono, a me rimase il tarlo di pensare che la semola non fosse al punto giusto. In quel frangente, per consolare me stessa, pensai che ci sarebbero state altre opportunità di cucinarne ancora e che avrei avuto la possibilità di riscattarmi. Non era la prima volta che preparavamo couscous a casa sua, ma disgraziatamente quella fu l’ultima.

José mi intimidiva, in sua presenza non parlavo molto, ero solita rispondere alle sue domande ma non mi permettevo di domandargli nulla, per questo mi è rimasto qualche dubbio irrisolto. Per esempio, mi sarebbe piaciuto saperne di più circa un suo antenato, perché in una occasione menzionò che aveva un avo originario del Marocco. Mi rimase la voglia di saperne di più di costui: come si chiamava, da che città o regione del Marocco proveniva, come arrivò in Portogallo, paese nel quale si stabilì e si sposò. Un espatriato anonimo, un africano, lasciò i suoi geni a uno degli scrittori più grandi del mondo – forse questo spiegherebbe il suo attaccamento alle terre africane e la sua decisione di vivere a Lanzarote.

Non so se dovrei, però credo che Saramago appartenga un po’ anche a noi, agli africani. E’ un orgoglio poter rivendicare la sua parte di identità africana e la sua scelta di vivere e morire in Africa. So che José era portoghese e cittadino del mondo, ciononostante credo che siamo legittimati a rivendicare un uomo come lui per illuminare un po’ l’epoca di tenebre che noi cittadini di questa regione del pianeta stiamo attraversando. In cui le rivoluzioni che iniziano con la speranza di un mondo migliore, presentando una primavera come promessa di resurrezione, paradossalmente terminano portandoci all’oscurantismo di certi governi che aspirano a scorciare ancora di più la nostra ridotta libertà. Le aspirazioni di una gioventù assetata di democrazia e libertà vengono ora messe sottoterra per le coazioni e minacce dei nuovi rappresentanti del fascismo: gli islamisti, che ci stanno facendo tornare al duro inverno della disillusione e del disinganno.

Mi sarebbe piaciuto sapere che penserebbe José degli eventi che hanno scosso il Nord Africa e il Medio Oriente durante questi due ultimi anni della sua assenza. Forse direbbe quel che dice il protagonista del suo romanzo Il Viaggio dell’elefante: “Addio mondo, che ogni volta peggiori”.

 

Link: 90 años, 90 Palabras: Africano

 


Claudia Avolio

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