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Una nuova chance per la Siria

Di Abdullah Al-Otaibi. Asharq al-Awsat (25/06/2013). Traduzione di Teresa Uomo.

La Casa Bianca ha finalmente annunciato un cambiamento significativo nella sua presa di posizione nei confronti della crisi siriana, dicendo che fornirà “aiuti militari”. È convinta che il regime siriano abbia usato armi chimiche e che gli Stati Uniti debbano difendere i propri interessi nella regione, cercando un accordo con i suoi alleati nel G8.

Le discussioni all’interno del governo degli Stati Uniti sono passate da una fase di fornitura di armi a una delle imponenti no-fly zone, bombardando le basi aeree e le difese aeree del regime di Assad. Il segretario di stato degli Stati Uniti John Kerry sembra entusiasta di queste idee, che, anche se sono state respinte dal generale Martin Dempsey, il presidente del Joint Chiefs of Staff, mostrano chiaramente che l’amministrazione degli Stati Uniti sta attraversato una lunga fase di esitazione.

Nonostante l’atteggiamento riservato del ministro degli esteri francese Laurent Fabius verso le armi di opposizione siriana e l’Esercito siriano libero (FSA), le fonti diplomatiche francesi hanno detto che vi è una decisione politica riguardante le richieste fatte la settimana scorsa dal capo dello staff della FSA, Selim Idris, di acquisire armi sofisticate per l’opposizione. Queste richieste devono essere tutte soddisfatte.

Questa manovra americano-franco-britannica è già stata messa in atto. Come è stato manifestato da una dichiarazione maggiore generale di Idris, le truppe dell’opposizione siriana hanno già acquisito “armi sofisticate” che dovrebbero “cambiare la situazione sul terreno.”

Ora siamo faccia a faccia con un cambiamento significativo nella crisi siriana. La questione da sollevare è: perché è cambiato l’atteggiamento da parte degli americani?Quali sono stati gli sviluppi in Siria che hanno spinto gli Stati Uniti a cambiare il loro atteggiamento?

Queste sono tutte domande che devono essere risolte ed analizzate. La variazione della posizione americana ha molteplici cause: la persistenza russa, la conclamata infiltrazione iraniana, Hezbollah e le milizie irachene, e i combattenti di Houthi. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno cominciato a sentire che i loro alleati nella regione stanno diventando scettici riguardo alle sue politiche.

Questi stati hanno cominciato a dichiarare le loro posizioni, agendo secondo i loro interessi per affrontare l’infiltrazione iraniana su tutti i fronti. Chi osserva le dichiarazioni dei movimenti del ministro degli Esteri saudita, il principe Saud Al-Faisal, può facilmente dedurre che, fin dall’inizio, l’Arabia Saudita è stata sempre determinata a sostenere il popolo siriano nella loro lotta contro l’asse russo-iraniano .

Dopo l’annuncio della posizione degli Stati Uniti, si è verificato – almeno apparentemente – un grande cambiamento nel governo Fratelli Musulmani in Egitto rispetto al loro precedente atteggiamento verso il popolo siriano.

Una tale presa di posizione è intesa a soddisfare l’irresistibile desiderio della Fratellanza per compiacere gli Stati Uniti e gli stati occidentali. Questa presa di posizione è stata adottata poco prima dell’eruzione di proteste anti-governative su larga scala: l’opposizione si mobiliterà il 30 giugno. In realtà, la Fratellanza non ha cambiato la sua posizione in maniera deliberata, ma piuttosto si è schierata con il regime del popolo siriano fin dall’inizio.

Da parte sua, la Repubblica islamica dell’Iran ha seguito uno schema familiare: l’installazione di un Presidente che renda al meglio i più alti guadagni possibili, e contrattare per un presidente moderato per fare altri guadagni e correggere gli errori commessi da quello precedente. L’Iran, guidato dalla Guida Suprema, ha dovuto installare un nuovo presidente, che essi vedono come un “riformatore” e un “moderato”, Hassan Rouhani. La sua difficile missione sarà badare alle politiche iraniane dopo otto difficili anni sotto l’ayatollah Ali Khamenei , politiche che hanno portato solo a inimicarsi il resto del mondo, in particolare i vicini arabi di Ahmadinejad.

La Conferenza di Doha degli Amici della Siria avrebbe dovuto mettere i puntini sulle i e attraversare una nuova fase della crisi siriana, e ascoltare ciò che stati come Turchia e Giordania richiedono di sostenere, ossi l’assistenza ai rifugiati siriani. I paesi della regione che sono amichevoli per il popolo siriano devono fare il possibile per dissipare i timori americani cronici di una lunga guerra, come quelli che hanno combattuto in Vietnam e in Afghanistan. A tal fine, questi paesi devono fornire meccanismi precisi per evitare eventuali armi che possono cadere nelle mani dei terroristi che sono considerati nemici di tutto il mondo.

Si pensa, dunque, che il piano d’azione più pericoloso sia rappresentato dalla nascita di una grande alleanza tra Cina e Russia, e che forse l’Iran possa agire contro l’egemonia americana, una alleanza motivata non dall’ideologia, ma dal malcontento comune.

In realtà, questi cambiamenti delle posizioni internazionali e delle politiche occidentali verso la situazione in Siria, il supporto illimitato offerto dagli stati arabi moderati e il nuovo equilibrio di poteri tra la FSA e l’esercito del regime e le milizie iraniane, devono spingere l’opposizione siriana ad essere unificata, assumendosi le proprie responsabilità per una soluzione politica da negoziare in seguito. Tale soluzione, non appena sarà raggiunta, sarà il frutto di una lunga lotta di un popolo che ha sofferto alcuni dei crimini più terribili in questo secolo. L’opposizione siriana deve essere pronta ad adottare un discorso interno moderato, che garantisca che l’estremismo non prevarrà.

Infine, Henry Kissinger, politico statunitense, ha scritto nelle sue memorie un’espressione che si è avverata: “Se la storia ci insegna qualcosa, non c’è pace senza equilibrio, e non c’è giustizia senza moderazione”.

Giusy Regina

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