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Un uomo in hijab

Zoom 1 dice hijab
L’autore Abdullah Hamidaddin con indosso l’abaya della figlia

Di Abdullah Hamidaddin. Al-Arabiya (30/11/2013). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

L’hijab è un indumento complicato. Nel corso dei secoli, ha assunto molti significati: espressione della dominazione maschile, atto di pietà religiosa, manifestazione di oppressione femminile, limitazione del potere di seduzione delle donne, icona di orgoglio culturale, slogan di resistenza contro l’imperialismo e la globalizzazione, indice di una moglie meritevole, evasione dalla competizione femminile, segno di diversità e diversivo per i molestatori. Significati diversi, costruiti in epoche diverse, per ragioni politiche e sociali diverse, ad opera di attori diversi, con motivazioni diverse.

Dunque, è difficile parlare in modo univoco di hijab e ogni generalizzazione possiede molte eccezioni. Tuttavia, sembra esserci un elemento costante: è un indumento per le donne e sulle donne. Gli uomini non lo usano. Possono coprirsi la testa o anche il viso, ma quella è un’altra storia. L’hijab è molto di più.

Circa una settimana fa, ero impegnato in una discussione sulle molestie sessuali. La mia tesi è che le molestie – così come molti crimini sessuali – non avvengono in funzione della seduzione naturale, ma in presenza di un’espressione patologica del potere (come, del resto, quasi tutte le espressioni di potere). L’hijab, quindi, non può proteggere le donne dalla violenza sessuale maschile, essendo piuttosto considerato un’espressione del potere dell’uomo sulla donna.

Per sostenere la mia tesi, ho indossato l’abaya di mia figlia, mi sono fatto una foto e l’ho usata come immagine del mio profilo Twitter e Facebook e, riassumendo la mia posizione, ho scritto: “In un mondo governato da donne, gli uomini dovrebbero indossare il velo”. La mia intenzione era quella di ricordare che l’hijab è, soprattutto, un’espressione di potere e che, se le donne avessero il controllo, le cose andrebbero diversamente.

I commenti sono stati rivelatori. Alcuni, donne e uomini, hanno interpretato la cosa come un gesto solidale nei confronti del genere femminile. Altri hanno pensato che fossi contro il concetto stesso di hijab. Altri ancora hanno persino flirtato. Ci sono stati anche commenti di rabbia. Era come se avessi posato nudo a Times Square. Credo che il motivo della rabbia di alcuni sia stato il fatto che, per pochi secondi, io abbia in qualche modo cancellato la differenza di genere tra uomo e donna. Probabilmente ho ricordato a tutti, uomini e donne, del dominio che essi esercitano gli uni sulle altre a vicenda. In entrambe le direzioni, è sconcertante. Forse è per questo che in alcune religioni viene considerato peccato che un uomo si travesta da donna, o viceversa. Dunque, è peccato cancellare le differenze strutturali tra i sessi.

Ci è impossibile tornare indietro nel tempo fino al nostro stato primitivo di natura, quando il concetto di genere non esisteva. Tuttavia, è di vitale importanza che, di tanto in tanto, ci ricordiamo del fatto che il nostro stato attuale non è né naturale né tanto meno salutare. Dobbiamo assolutamente attraversare le barriere delle differenze costruite tra uomini e donne. Ci sono molti modi per farlo, sia nelle società occidentali che in quelle orientali: uno di questi, è un uomo con l’hijab.

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Roberta Papaleo

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