Palestina Zoom

Un museo sulla Nakba, per non uccidere la memoria

Di Alice Rothchild. Modoweiss (18/06/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Arrivato a Washington per lavorare a un master sulla trasformazione dei conflitti, Bshara Nassar si è subito reso conto che in città ci sono numerosi musei dedicati alla storia e alla cultura di popoli oppressi: il Museo Nazionale degli Indiani di America, il Museo dell’Olocausto, il Museo Laogai (sul sistema carcerario e la situazione dei diritti umani in Cina, ndt), etc. Alla fine, si è reso contro che non esisteva uno spazio per le storie della Palestina e dell’assordante assenza dell’esperienza della Nakba palestinese.

Così, una squadra di artisti palestinesi ed ebrei-americani si sono uniti a Bshara per organizzare, raccogliere fondi e lanciare il Nakba Museum Project of Memory and Hope, il primo nel suo genere al mondo. Il team ha deciso di concentrarsi sulle 750.000 persone cacciate dalla loro case nella Palestina storica nel 1948, sui 5 milioni di loro discendenti che oggi vivono come rifugiati e sulla loro diaspora.

Oltre all’esibizione di pannelli che raccontano la storia da prima del 1917, il museo narra anche le storie dei rifugiati di oggi, da quelli che vivono nei campi in Libano a quelli che risiedono nelle città della Germania. Una serie di fotografie mostrano poi la dura realtà dell’occupazione israeliana in contrasto con la bellezza del territorio e del paesaggio.

In occasione dell’esibizione di inaugurazione, tenutasi il 13 giugno scorso, Bshara è stato di poche parole: “Per troppo tempo la nostra storia è stata messa a tacere, intrappolata nelle politiche di potere, e nessuno può raccontarla al posto nostro”. Bshara cerca di creare un posto sicuro dove queste storie possono essere narrate e ascoltate, “non solo sul passato”, perché “il passato si estende fino al presente”. Vuole mettere in chiaro che non si tratta della “storia di vittime”, né di una questione politica o di un conflitto religioso. Il progetto vuole “raccontare la storia umana, di quello che siamo, con tutte le complessità e le contraddizioni, la tragedia e il coraggio. Una storia che si rifiuta di arrendersi”.

Bshara spiega che vuole creare un percorso di testimonianza attraverso l’arte, la creatività e la danza, sottolineando che questo è solo l’inizio. “La storia è la terra e la terra è la storia”: ci ricorda che la Nakba è tuttora in corso e che l’istruzione e la riflessione sono cruciali per la comprensione, la compassione e la commemorazione a livello globale.

Appare ovvio che possiamo conoscere il passato solo attraverso le storie e le prove. Quindi, cancellare la memoria di alcune esperienze e la reinterpretazione della memoria stessa sono elementi fondamentali per capire, o per fraintendere, la storia, nonché per risolvere i conflitti. La sistematica cancellazione delle voci palestinesi e delle prove della loro esistenza secolare costituisce, quindi, un genocidio storico, un tentativo di distruggere la memoria della storia di un popolo e delle persone stesse che ne fanno parte.

Cerco di immaginare come potrebbe essere studiare la storia degli Stati Uniti e omettere i nativi d’America, la schiavitù, l’interramento dei giapponesi, l’era McCarthy, l’incarcerazione di massa di uomini di colore, tutte le ingiustizie, i pregiudizi e la disparità di potere che sono parte inscindibile del processo di costruzione della nazione e della lotta per una società tollerante e democratica.

Come i palestinesi, il Nakba Museum Project of Memory and Hope è permeato da un senso di perdita, di trauma, di resistenza e di bellezza.

Alice Rothchild è una dottoressa, regista e attivista ebrea-americana.

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Roberta Papaleo

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