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Il difficile pellegrinaggio di un iraniano sciita alla Mecca

Hajj pellegrinaggio

Di Ali Falahi. El País (14/04/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Anche se per molti iraniani il pellegrinaggio alla Mecca (in arabo hajj) si limita a una semplice pratica religiosa, l’intensa rivalità fra il loro Paese e l’Arabia Saudita si manifesta persino prima dell’inizio del viaggio. Nelle riunioni di preparazione, i partecipanti ricevono una lista di divieti così lunga che molti hanno l’impressione che i sauditi pensano solo a dar loro fastidio. E durante il percorso scopriranno che gli obiettivi dei governanti non sempre coincidono con quelli dei loro popoli.

Al loro arrivo all’aeroporto di Gedda, gli iraniani si vedono passare davanti i pellegrini di altre nazionalità ai controlli dell’immigrazione, prova della sfiducia dei saudita, di cui li avevano avvertiti prima di partire. Nei luoghi sacri, gli uomini di fede salafiti (seguaci della corrente dell’islam prevalente in Arabia Saudita) considerano come eretiche molte delle pratiche sciite. Dalla Rivoluzione Islamica del 1979, la Repubblica iraniana si è convertita nel faro dell’islam sciita, in rotta di collisione ideologica con il Regno del Deserto saudita.

Nonostante ciò, in quanto custodi dei luoghi sacri, le autorità saudite devono agevolare i visti d’ingresso a tutti i musulmani a prescindere dalla loro corrente islamica, benché si riservino un sistema di quote. Ogni anno, circa 100.000 iraniani compiono il hajj (il granade pellegrinaggio) e circa mezzo milione la umrah (il piccolo pellegrinaggio). A differenze del hajj, che va compiuto nell’ultimo mese del calendario islamico, la umrah è un rito che può compiersi durante tutto l’anno. Esso dura dieci giorni, durante i quali i fedeli si spostano tra Medina e la Mecca, come fece il profeta Muhammad.

Durante questo tragitto, alcuni iraniani commentano che il principale motivo per cui vengono maltrattati sono le dichiarazioni che vengono rilasciate dalle stesse autorità di Teheran. Pochi giorni prima del suo viaggio, l’ayatollah Ahmad Yannati si è congratulato con i musulmani per la recente scomparsa del re saudita Abdullah, una mossa che ha immediatamente spinto l’ambasciata e il consolato sauditi in Iran a dimezzare il numero di visti.

Ad ogni modo, non tutte le limitazioni segnalate ai viaggiatori vengono messe in pratica. Benché all’ingresso dei luoghi sacri della Mecca e di Medina ci siano cartelli che proibiscono le fotografie, i pellegrini spesso scattano immagini con tablet e telefonini. La penetrazione di dispositivi digitali è incredibile. Molti leggono la versione digitale del Corano mentre lo ascoltano con gli auricolari. Non è raro sentire telefoni cellulari squillare, nell’imbarazzo di chi non riesce poi a silenziarli. Prima si raccomandava ai pellegrini di non perdere tempo con lo shopping, ma oggi la distrazione maggiore sono applicazioni come WhatsApp e Viber.

Durante la preparazione ufficiale che gli iraniani ricevono nel loro Paese, si raccomanda di non parlare con gli arabi e di non fare amicizia. Le guide fanno credere al pellegrino che è sempre sotto sorveglianza, che se commette un errore finirà in carcere. Tuttavia, quanto un membro del gruppo si perde alla Mecca, la polizia lo riporta in albergo con una pattuglia e lo salutano come fossero vecchi amici.

Saeed, un professore iraniano che vive in Svezia, pensa che in tutto il mondo, e specialmente in Medio Oriente, le politiche dei governi non necessariamente riflettono la volontà dei popoli. Ma il suo mettere sullo stesso piano l’appoggio saudita a Daesh (ISIS) al sostegno offerto dall’Iran ai gruppi sciiti regionali suscita la disapprovazione generale. Durante l’escursione alla grotta di Hira, alcuni pensano sia un errore alimentare le discrepanze tra i due Paesi e credono che un avvicinamento ridurrebbe le tensioni nella zona. La guida del gruppo sospira e dice: “Sarebbe meraviglioso, ma anche impossibile”.

Ali Falahi è corrispondete da Teheran per El País.

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