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Turchia: verso le elezioni parlamentari

Di Murat Yetkin. Hürriyet Daily News (08/05/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Manca poco meno di un mese alle elezioni parlamentari del 7 giugno, le più critiche dalle prime elezioni libere e pluraliste del 1950. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan infatti ha spostato il focus delle consultazioni dalla compagine parlamentare e di governo verso la sostituzione dell’attuale sistema parlamentare con un presidenzialismo fortemente accentrato. Un cambiamento possibile soltanto con una riforma costituzionale, ma per questo Erdoğan ha bisogno di due terzi dei deputati favorevoli (367 su 550 totali). In alternativa, con una maggioranza di tre quinti (330 voti) potrebbe tentare di indire un referendum, ma secondo i sondaggi i cittadini turchi non gli darebbero ragione.

Si capisce pertanto come le prossime elezioni interessino Erdoğan e il suo partito Giustizia e Sviluppo (AKP), ragion per cui per la campagna elettorale è stato scelto un uomo sul quale entrambi possono contare, il primo ministro Ahmet Davutoğlu. Uomo di fiducia, nonostante lo scontro con Erdoğan in occasione delle dimissioni respinte del capo dell’intelligence turca Hakan Fidan. La partita per il presidente turco è infatti cruciale, poiché in discussione c’è uno dei pilastri della sua linea politica. Un percorso che nel 2014 lo aveva portato dalla carica di primo ministro a quella di presidente, il primo eletto dal popolo della storia della Repubblica turca. Quindi l’ipotesi di rischiare tutto con un referendum non è certamente lo scenario che Erdoğan vorrebbe affrontare. Le alternative per lui infatti sono la possibilità (forse l’ultima della sua carriera) di governare una Turchia presidenziale oppure la prima sconfitta politica da quando ha fondato l’AKP nel 2000.

Per evitare rischi, intanto, Erdoğan sta conducendo una campagna elettorale parallela a sostegno del suo partito. Non una campagna esplicita, poiché la Costituzione turca prevede che il presidente sia super partes, ma un’operazione di conquista di consensi con cerimonie di inaugurazione di infrastrutture in varie città e incontri con importanti associazioni di professionisti. In occasioni come queste, non manca mai di criticare i partiti dell’opposizione con toni ben più drastici di quelli usati da Davutoğlu, sottolineando continuamente che gli elettori non credono più alle promesse degli avversari dell’AKP. Certo, subito dopo precisa che “anche se c’è un partito” nel suo “cuore” in quanto presidente di tutti i Turchi non potrebbe neppure dirlo, oppure che la sua posizione è chiaramente “dalla parte del popolo”. Cliché populisti tipici della politica turca.

I partiti di opposizione lo accusano spesso di violare la costituzione e di sfruttare a favore del suo partito le entrate fiscali dei cittadini utilizzando fondi, automobili, aerei, elicotteri, pullman e limousine della presidenza della Repubblica. Ad esempio il capo del Partito Movimento Nazionalista (MHP) Devlet Bahçeli ha promesso ai suoi elettori di trasformare in un museo il palazzo fatto costruire dal presidente per oltre un milione di dollari. Similmente, Selahattin  Demirtaş del Partito Democratico del Popolo (HDP, al centro del cui programma politico c’è la questione curda), si è impegnato, se dovesse raggiungere la maggioranza, a far restituire a Erdoğan ogni centesimo speso per la campagna elettorale del suo partito. Nondimeno, il presidente non sembra farsi scalfire da simili critiche, preso dall’occasione unica che ha di fronte per cambiare la costituzione e instaurare l’agognato presidenzialismo.

Murat Yetkin è opinionista di Hürriyet Daily News

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Carlotta Caldonazzo

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