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Turchia: un conto in sospeso con la storia

Di Burak Bekdil. Hürriyet Daily News (15/04/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

La buona notizia era arrivata dell’editoriale del 30 marzo di Fatih Çekirge sul quotidiano turco Hürriyet Daily News, dal titolo “Com’è stata evitata la rottura tra Turchia e mondo cristiano” . La “rottura” sulla questione armena è arrivata tuttavia domenica scorsa, con l’avvicinarsi delle commemorazioni del 24 aprile 2015, centenario dei terribili massacri compiuti ai danni degli Armeni dall’impero ottomano in declino. Un fatto storico su cui è ancora in corso una controversia a colpi di cavilli storiografici, tra chi lo definisce genocidio e chi propende per il negazionismo. Perciò è bastato che Papa Francesco lo definisse “il primo genocidio del XX secolo” per suscitare l’ira di Ankara.

Il 30 marzo l’ambasciatore-teologo turco presso la Santa Sede Mehmet Paçacı aveva dichiarato che “grazie all’influenza della Turchia” il Papa non avrebbe partecipato alle commemorazioni del 24 aprile nella capitale armena Yerevan, evitando così una crisi tra i due stati. In realtà la frattura è stata solo anticipata di 12 giorni: domenica scorsa, quando il Papa, citando una dichiarazione congiunta di Giovanni Paolo II e del Patriarca armeno Karekin II, ha usato la parola “genocidio”, la reazione di Ankara è stata immediata e furiosa. Il primo ministro Ahmet Davutoğlu ha accusato il Papa di essersi unito al “fronte del male” costituitosi ultimamente contro il governo turco guidato dal partito islamico Giustizia e Sviluppo. Quindi ha ricordato che i perseguitati dall’inquisizione cattolica all’epoca della Controriforma trovarono rifugio in terra ottomana, come i musulmani e gli ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna cattolica.

Dura anche la reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che nel 2007, da primo ministro, diffuse una circolare che “invitava” le istituzioni turche a sostituire l’espressione “il cosiddetto genocidio armeno” con “i fatti del 1915”. Per Erdoğan l’esortazione del Parlamento Europeo a considerare le commemorazioni del 24 aprile un’opportunità per riconoscere il genocidio armeno è un’”espressione di ostilità” che verrà ignorata. “Lasciamo la storia agli storici”, ha aggiunto, “costruiamo noi un nuovo futuro alla luce degli interessi e del passato comuni”. Le dichiarazioni più eloquenti provengono invece dal ministero degli Esteri turco, secondo cui la risoluzione europea cela “un fanatismo religioso e culturale e l’indifferenza nei confronti degli altri considerati come diversi”.

Ankara sembra dunque porre in primo piano la difesa dell’innocenza dei nobili avi e del glorioso passato. Basti pensare che ultimamente in piena propaganda elettorale alcuni degli attori si sono richiamati proprio ai fasti ottomani, con tanto di fotografie in costume. In realtà il dibattito sul “cosiddetto genocidio armeno” era vivo in Turchia anche dopo il 2007, anno dell’uccisione del giornalista turco-armeno Hrant Dink, cui è seguita un’ondata di proteste in tutto il Paese. Dal 2008 ogni 24 aprile in molte città della Turchia si tengono cerimonie di commemorazione, mentre il saggio del giornalista turco Hasan Cemal, nipote di Cemal Paşa,“1915, il genocidio armeno” (su cui si basa il film Il Padre di Fatik Akın), ha una certa diffusione.

In una prospettiva costruttiva, oltre i riconoscimenti formali, la questione turco-armena dovrebbe soprattutto far riflettere su quanto sia stato opportuno per regioni che venivano da secoli di convivenza di diverse religioni ed etnie sotto uno stesso cielo importare il modello dello stato nazione. Un interrogativo che in questo momento riguarda molti paesi che facevano parte dell’impero ottomano, dai Balcani alla Siria all’Iraq.

Burak Bekdil è editorialista di Hürriyet Daily News.

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Carlotta Caldonazzo

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