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Turchia: il lato oscuro delle elezioni

Di David Romano. Rudaw (03/06/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Alle elezioni parlamentari, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan dovrà portare più voti possibile al suo partito Giustizia e Sviluppo (AKP), se vuole avere la maggioranza necessaria per instaurare il presidenzialismo modificando la Costituzione. Anche se, de facto, l’ha già modificata tenendo comizi ai raduni del suo partito, in barba all’obbligo di imparzialità. I maggiori partiti di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo, di ispirazione kemalista (CHP), il Partito del Movimento Nazionalista, di destra (MHP), e il Partito Democratico del Popolo, di sinistra e filocurdo (HDP), si sono già dichiarati contrari a qualsiasi emendamento del testo costituzionale che accentri i poteri sul presidente della repubblica. Il timore è che dalle elezioni esca non una nuova compagine parlamentare, ma il fallimento della democrazia in Turchia.

Dunque, malgrado vissuto e orientamenti diversi, su un punto tutte le forze di opposizione sono d’accordo: le istituzioni democratiche turche sono in pericolo. Preoccupanti sono in particolare i recenti attacchi di Erdoğan contro i media. Ad esempio, la causa avviata contro il quotidiano Cumhuriyet, per la pubblicazione di un articolo corredato di foto che raffigurano agenti dell’intelligence di Ankara mentre consegnano armi ai jihadisti, attraverso il confine con la Siria. Inchiesta costata al direttore del giornale una denuncia penale (con richiesta di ergastolo) e l’accusa di lavorare per lo Stato parallelo, alias il movimento che fa capo a Fethullah Gülen, il predicatore islamico che attualmente vive negli Stati Uniti ma conta molti simpatizzanti in Turchia (quindi molto temuto da Ankara). Analoghi sono stati i toni del presidente turco nei confronti del quotidiano americano The New York Times e delle emittenti CNN e BBC, definiti come cospiratori che mirano a indebolire, dividere e disintegrare la Turchia.

In bilico c’è inoltre il processo di pace con il Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK) e la tensione ultimamente si è manifestata in diverse città in scontri di piazza. A Ezurum, storica roccaforte dell’AKP, giovedì scorso la polizia ha disperso a colpi di lacrimogeni e idranti una manifestazione indetta contro il raduno dell’HDP, particolarmente inviso a nazionalisti e sostenitori di Erdoğan (bilancio: 200 feriti di cui 3 gravi). Alcuni manifestanti tuttavia hanno abbattuto le transenne che le forze dell’ordine avevano costruito per separare le due manifestazioni e a incendiare un furgone con le bandiere dell’HDP. Il giorno prima, nella provincia di Bingol ignoti avevano sparato contro un minibus utilizzato per la campagna elettorale HDP, uccidendo l’autista. A maggio inoltre la polizia aveva “inavvertitamente” colpito l’abitazione del leader dell’HDP Selahattin Demirtaş, mentre gli ordigni posti in due sezioni dello stesso partito avevano ferito sei persone danneggiando seriamente i locali. Persino a Diyarbakır, capoluogo dell’omonima provincia della Turchia sud-orientale (a maggioranza curda), dove venerdì due bombe esplose durante il raduno dell’HDP hanno ucciso 4 persone, ferendone più di 100. Dopo le due esplosioni, le autorità hanno annullato il raduno, mentre la polizia, invece di avviare un’indagine sull’accaduto, ha disperso i manifestanti rimasti a protestare. La stessa, pericolosa, linea di Erdoğan che, ancora una volta, ha gridato alla provocazione da parte di forze oscure.

David Romano è opinionista di Rudaw dal 2010.

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Roberta Papaleo

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