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Turchia: così non si combatte il terrorismo

Turchia
Il modo in cui il governo sta cercando di combattere il terrorismo non è corretto. Di questo passo, ogni atto di terrore non farà altro che creare altre fratture nella società, mettendo a rischio non solo la sicurezza e la democrazia in Turchia, ma in tutta Europa

Di Murat Yetkin. Hurriyet Daily News (12/12/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Un altro attacco terroristico a Istanbul ha segnato il giorno di sabato 10 dicembre, scelto come Giornata Mondiale per i Diritti Umani dall’ONU, causando la morte di più di 30 persone e il ferimento di più di 150.

Un’ora e mezza dopo una partita di calcio, un furgoncino carico di esplosivi è stato fatto esplodere fuori dallo stadio di Beşiktaş. Solo 45 secondi dopo, c’è stata un’altra esplosione, detonata da un attentatore suicida.

Il presidente Erdoğan ha detto, l’indomani mattina, che i terroristi sarebbero stati “puniti come meritano”, una frase diventata ormai un cliché dei governi turchi degli ultimi 40 anni. Il primo ministro Yıldırım ha detto che senza dubbio si è trattata di un’azione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Ore dopo, il gruppo Faclhi del Kurdistan per la Libertà (TAK), organizzazione ombra del PKK, hanno rivendicato l’attacco.

Per aggiungere il danno alla beffa, il ministro dell’Interno Soylu ha dichiarato che da qualche tempo l’intelligence turca stava mormorando di un possibile attacco terroristico ad Istanbul, probabilmente per mano del PKK. Ciò solleva latri interrogativi su come degli attentatori abbiano potuto trasportare un van pieno di esplosivi nel centro della capitale, a solo un chilometro dall’ufficio del primo ministro. Tutto questo lo stesso giorno in cui la polizia di Istanbul aveva annunciato con orgoglio di aver condotto un’operazione anti-terrorismo con la partecipazione di 40.000 agenti.

Infine, dopo un incontro di sicurezza d’emergenza con il presidente Erdoğan, il ministro Soylu ha dichiarato che il governo ha in programma “solo vendetta”, una parola non molto adatta da usare, in quanto implica che Ankara non possiede ancora nessuna strategia ben definita per combattere l’attuale ondata di terrore – con tutte le conseguenze a livello sociale ed economico – se non quella di reagire in maniera feroce.

La Turchia è già in stato di emergenza, dichiarato dopo il tentato golpe di luglio. Ogni atto di terrore si trasforma in una scusa per misure ancora più rigide, che a loro volta si traducono in ancora maggiori limitazioni alle libertà, senza però fermare il terrorismo. Prendendo la palla al balzo, il Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) al potere e il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) hanno annunciato, proprio il 10 dicembre, un accordo su una bozza di riforma costituzionale in linea con i desideri di Erdoğan per una virata verso un sistema che gli concederebbe ancora più potere. L’annuncio è arrivato poche ore prima degli attentati.

Gli attacchi degli ultimi mesi non portano altro che misure di polizia più restrittive e vengono usati come pretesto per una maggiore concentrazione del potere esecutivo e per il ripristino della pena di morte. Questione, quest’ultima, che non fa altro che minare i legami economici e politici della Turchia con l’Unione Europea e l’Occidente in generale.  Dopo il tentato golpe, gli USA e l’UE hanno mostrato solidarietà con la Turchia, ma stavolta il governo di Ankara non potrà dire di essere stato lasciato solo nella lotta contro il terrorismo.

Il modo in cui il governo sta cercando di combattere il terrorismo non è corretto. Di questo passo, ogni atto di terrore non farà altro che creare altre fratture nella società, mettendo a rischio non solo la sicurezza e la democrazia in Turchia, ma in tutta Europa.

Murat Yetkin è un giornalista e opinionista turco.

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