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Tunisia: l’omosessualità e il “test della vergogna”

Di Sana Sbouai. Rue89 (23/09/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Questo martedì, in Tunisia, uno studente di 22 anni è stato condannato in prima istanza a un anno di prigione per omosessualità. Badr Baabou, presidente della Damj (storica associazione di difesa delle minoranze sessuali nel Paese), si è detto “sotto shock”, per due motivi: primo, questa decisione ci ricorda che l’omosessualità è ancora un reato in Tunisia; secondo, questa decisione non rispetta la vita privata di un individuo.

Infatti, il ragazzo non è stato colto in flagranza di delitto. È stato convocato dal commissariato della sua città come testimone per un’altra questione. “Una volta sul posto, è stato arrestato per omosessualità ed è stato portato all’ospedale per essere sottomesso a un test rettale”, racconta Babbou. Tale test permette alle autorità di avere una prova pratica della sodomia, al fine di incolpare le persone di omosessualità. Per farlo, i poliziotti hanno minacciato e picchiato il ragazzo: “Questo test è una pratica surreale nella Tunisia di oggi”, ha commentato Baabou.

omosessualità tunisiaLo scorso 15 settembre, l’associazione Damj ha pubblicato il testo di un blogger, un ex diplomatico, contro la pratica di questi test e contro l’art. 230 del Codice penale, che incrimina l’omosessualità. Il testo dell’articolo in arabo parla di omosessualità, mentre quello in francese parla di sodomia: “La sodomia, se non rientra in nessuno dei casi previsti dai precedenti articoli, è punita con la detenzione di tre anni”.

La questione ha fatto nascere diversi hashtag in arabo, come ‏لا_لفحوصات_العار# (No al test della vergogna!) oppure ‫#‏لا_للفصل_230‬ (No all’art. 230!). L’associazione Shams, che lotta contro l’omofobia, ha lanciato una campagna su Facebook dal titolo “Test della vergogna, fino a quando?”.

“Vogliamo mettere in guardia l’opinione pubblica da questa pratica barbarica e medievale, imparentata alla tortura. La campagna sui social network è l’unico mezzo che abbiamo al momento per sensibilizzare l’opinione pubblica, non avendo accesso né alla televisione, né alle radio, né alla stampa scritta”, spiega Bayram, membro dell’ufficio esecutivo di Shams.

La campagna ha ottenuto molti consensi e molto sostegno, ma non solo: “Alcuni ci insultano, ci minacciano, citano versetti del Corano per dirci che Dio ci punirà”, racconta Bayram.

Da parte sua, l’associazione Mawjoudin — We Exist, sostiene la campagna: “L’iniziativa web è una buona idea, anche se a molti non piace. Ma ho ricevuto risposte sorprendenti: ho ricevuto messaggi di persone che, anche se ben informate, non sapevano nulla di questa pratica”, spiega Ali, presidente dell’associazione, che aggiunge invece che “la pratica di questo test è molto frequente e spesso è accompagnata da atti di violenza e quindi va denunciata”.

Attraverso la campagna, che durerà due mesi, gli attivisti chiedono di porre fine all’esercizio di questi test e l’abolizione dell’art. 230 del Codice penale, facendo perno sulla nuova Costituzione. Adottato nel gennaio 2014, l’art. 23 del nuovo testo costituzionale protegge l’integrità fisica e la dignità umana. “L’art. 24 stipula inoltre che lo Stato si faccia garante della protezione della vita privata dei cittadini”, insiste Baabou.

Sana Sbouai è una giornalista e caporedattrice del giornale tunisino Inkyfada.

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Roberta Papaleo

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