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Tunisia: la protesta di Kasserine e i rischi di una ricaduta

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Di Mohamed Hnidd. Arabi21 (21/01/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi.

Gli eventi che si susseguono in Tunisia, culla della Primavera Araba, mettono in guardia sulla direzione che potrebbe prendere il difficile cammino di transizione. Ma il recente ritorno dell’ondata rivoluzionaria sottolinea i limiti e il fallimento di questo lungo e tortuoso processo di transizione democratica che ha cercato in tutti i modi di limitare i danni causati dalla brutalità passata dello Stato. L’escalation delle proteste nella città di Kasserine, nel cuore della regione centro-occidentale del Paese, sono indicatori di un chiaro scenario sociale, rappresentato dal drammatico aumento dei tassi di disoccupazione tra i giovani tunisini, nonostante le promesse da parte del governo di combattere la corruzione. A cinque anni dalla rivoluzione, il cammino della transizione non ha funzionato e lo slogan “Il lavoro è un diritto, banda di ladri” scandisce i toni della rivolta di Kasserine.

La rivoluzione del 2011, sorta in risposta alla grave crisi economica e sociale, oggi torna a farsi sentire con le stesse richieste. Si tratta di una naturale legge fisica: se le condizioni del movimento di protesta iniziale non vengono soddisfatte, inevitabilmente questo si rinnoverà in maniera ancora più violenta al fine di ottenere ciò che desidera. Potrebbe essere affrettato giudicare le attuali manifestazioni, sorte in una delle regioni più povere ed emarginate della Tunisia, ma senza dubbio le nuove ondate di protesta a Kasserine sono la prova che le richieste della rivoluzione del 14 gennaio sono rimaste incomplete. Quello che abbiamo imparato in Egitto o in Tunisia e in tutti gli altri luoghi che hanno vissuto le rivolte arabe è che la primavera delle masse si è trasformata in inverno per le élite al potere e si è entrati in un debole autunno in tutti i Paesi.

La Tunisia è lo Stato in cui per primo è arso lo spirito della rivolta araba, nato dalle profonde complessità e differenze interne del Paese. La dimensione di questa nota complessità sociale è chiaramente visibile a livello regionale: esistono alcune aree che godono di certi servizi, welfare e infrastrutture ,mentre altre languono nella povertà, l’emarginazione, il disprezzo e l’esclusione da tutti i modelli di sviluppo. I servizi, le università, gli ospedali e le infrastrutture sono tutti concentrati principalmente nel nord, zona che ha vissuto lo sviluppo coloniale guidato prima da Bourghiba e poi da Ben Ali. Mentre tutte le altre aree del Paese (il centro, il sud e la parte nord-ovest) continuano a soffrire di povertà ed emarginazione, rimaste escluse dalla fine del colonialismo militare negli anni ’50. Questa chiara disparità colpisce le infrastrutture sociali e culturali e si è manifestata anche durante le elezioni tunisine. La mappa elettorale è stata, infatti, portavoce chiara di questa realtà e ha messo in luce le dimensioni del divario che separa le due metà del Paese e che minaccia lo Stato e la comunità di disintegrarsi se non si corre ai ripari e non ci si affretta a curare questa frattura.

Nonostante lo sforzo delle piattaforme di informazione nazionali di allarmare i cittadini attraverso lo spauracchio del terrorismo, (Kasserine è infatti situata ai piedi del monte Chaambi considerato la principale fucina jihadista del Paese, ndt) nella città non si spegne la sete della rivolta sociale. Gli islamisti invece, che avevano portato la rivoluzione dei poveri e dei disoccupati al potere non hanno partecipato alla rivolta, ma anzi hanno classificato l’attuale retorica rivoluzionaria come distruttiva e inutile agli interessi del Paese e al cammino di transizione. Ma non serve nemmeno i loro interessi e svela anzi l’incapacità degli islamisti di resistere alla corruzione rivelando la loro disgustosa alleanza col governo e la sua squadra di ladri.

Le rivolte di Kasserine devono essere un avvertimento per il regime. Continuare sulla via dei vecchi schemi del passato aggirando le domande della rivoluzione porterà ad una catastrofe per il processo rivoluzionario che potrebbe scivolare verso una situazione peggiore e con conseguenze terribili soprattutto per i giovani inattivi del Paese che non hanno nulla da perdere. Inoltre, diversi attori esterni ed interni allo Stato sarebbero pronti a mettere mano al cammino di transizione tunisino per interrompere questo esperimento e interferire nello spazio della primavera araba.

Spetta una grande responsabilità a chi governa la Tunisia oggi. È necessario intervenire per consentire agli oppressi i più elementari diritti umani e recuperare i miliardi di denaro pubblico che sono stati derubati dall’ex élite politica. I famigliari di un pastore che è stato ucciso da un gruppo di terroristi sulle montagne di Kasserine ha detto una volta, rivolgendosi al governo tunisino: “O viviamo una vita degna o moriremo tutti”. Quindi “Attenzione! Le ceneri e le fiamme della rivoluzione sono state riaccese, e chi semina vento raccoglierà tempesta”.

Mohamed Hnid è un ricercatore tunisino.

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