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Tunisia: i diritti dell’uomo davanti il takfir

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Di Khalil Zamiti. Realites (14/08/2015). Traduzione e sintesi di Alice Bondì.

Teocrati e democratici occupano, gli uni per gli altri, l’impero dei peggiori. Da lì, scaturisce una lunga guerra, dura e sanguinosa, anche se la diplomazia alla Ghannouchi prova a mascherare questa irriducibile incompatibilità.

Fra i principali strumenti utilizzati dagli islamisti per accedere al potere, in occasione delle prime elezioni del post-rivoluzione, vi fu la denuncia delle persecuzioni subite sistematicamente dai regimi pluralisti a spirito di partito unico.

Al loro modo, ipocrita o sincero, sia Ben Ali che Bourguiba hanno combattuto la teocrazia in nome della democrazia.

Lungo tutto il periodo dell’implacabile repressione, un termine venne usato a profusione dai sostenitori della soluzione radicale: lo “sradicamento”. Questo termine è ritornato in auge dopo i fatti di el-Kantaoui e accompagna “le maniere forti” adottate a caldo dalle autorità.

Riluttante ad usare le maniere forti e ad andare dritto al punto, Bourguiba aveva prescritto la ricetta per estirpare il male: “Tagliate le loro teste e le radici si essiccheranno”. Per i difensori della scelta secolare, l’argomentazione giustificativa consisteva nel ritenere giusto privare di ogni libertà i nemici della libertà.

Oggi in Tunisia, un medico ancora arrabbiato, indignato e inorridito dal massacro di el-Kantaoui, grida ad un amico: “Fermati! Quali diritti umani per i mostri? Un tossicodipendente è pronto a spararti e tu parli ancora di diritti!”. La percezione del disumano nell’uomo oltrepassa la situazione particolare dei singoli Paesi. Questo dipende da un problematica atemporale e universale.

Ora, a giudicare dai principi categorici, i diritti dell’uomo sarebbero indissociabili della condizione umana. Il riferimento a questo contesto teorico, fa insorgere una protesta contro le misure eccezionali e lo stato di emergenza.

A livello degli agenti sociali, delle problematiche e delle lotte, i fautori di logiche antagonistiche sovvertono, più o meno, i grandi principi kantiani. E queste due posizioni, una simbolica e l’altra pragmatica, alimentano un dibattito senza fine.

Tuttavia, e nonostante i successi, anche lasciando andare le redini degli uomini armati per “sradicare” il jihadismo, si corre il rischio di coinvolgere le autorità nelle modalità del regime poliziesco.

Chi vuole fare da mediatore fra le diverse posizioni, criminalizza la comparsa di una certa brutalità, attribuita al nuovo laissez faire della sicurezza. Secondo altri commentatori, l’accettazione degli eccessi commessi come effetti collaterali, sarebbe il riscatto a cui acconsentire. Queste due posizioni delimitano il ventaglio delle opinioni.

Nel frattempo, lo spettro di attacchi preliminari alle possibile invasioni, comincia a perseguitare una parte della popolazione. Gli ottimisti ritengono che la Tunisia sia poca esposta alle vicende siriane, irachene o libiche. I pessimisti continuano a menzionare la sproporzionalità delle forze in campo. Gli scettici, invece, eludono questi argomenti; per loro, tutto è possibile, fino a quando la storia rimane aleatoria.

Oggi, con la congiunzione delle “misure rigorose” alle riforme dalle tonalità austere, si sta preparando una commistione difficile da sopportare, soprattutto per le frange emarginate della società. La crescita della violenza e dell’inciviltà, in tutti gli angoli delle strade, mostra i primi segni di un grave stato febbrile. 

Khalil Zamiti è un sociologo tunisino.

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Roberta Papaleo

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