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Tunisia: eccezione democratica?

Di Mohamed Firas Arfaoui. Nawaat.org (09/12/2014). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.

Secondo l’opinione pubblica, le rivoluzioni arabe (fatta eccezione per la Tunisia) sarebbero tutte fallite. Questa è un’affermazione che viene particolarmente utilizzata da parte di quegli ambienti occidentali che hanno sostenuto i regimi dittatoriali nell’area MENA, e per i quali lo spingere (seppur “dolcemente”) per il raggiungimento di standard migliori in materia di diritti umani, è diventato inutile da quando “loro (gli arabi) si sarebbero dimostrati indegni della democrazia”.

La Tunisia non è però semplicemente un esotico posto da brochure turistica, ci sono molti dettagli complessi legati alla semplice “success story”. Nelle elezioni parlamentari tunisine, Nidaa Tounes è stato il partito che è emerso al primo posto. Beji Caid Essebsi, il suo leader, è anche il probabile favorito al ballottaggio per le presidenziali, ma vanta la sorprendente età di ben 88 anni.

Nel corso della sua carriera politica, iniziata nel 1952, il candidato che ha giurato fedeltà al rispetto della Costituzione della Rivoluzione, ha però anche servito due dittatori: il primo presidente della Tunisia, Habib Bourguiba, per cui Essebsi fu ministro degli Interni nel 1965; poi Ben Ali, sotto il quale Essebsi ha presieduto il farsesco parlamento dal 1987 al 1991.

Noto anche per un famosa intervista rilasciata da Al-Jazeera, in cui rispondendo ad una domanda su brogli alle elezioni presidenziali che aveva supervisionato come ministro degli Interni, ammise: “Esattamente, esattamente. È ben noto [che abbiamo truccato le elezioni]”. Essebsi si inserisce nella perfetta definizione del burocrate dello Stato corrotto e del regime dittatoriale-poliziesco, che la rivoluzione tunisina ha rovesciato.
Analizzati in questi termini, i risultati del processo elettorale in Tunisia sembrano assomigliare alla sindrome di Stoccolma, piuttosto che ad un successo democratico.

È sciocco pensare che la politica tunisina sia staccata dai cambiamenti geopolitici regionali. La marea reazionaria che si è scatenata contro le rivoluzioni arabe è infatti sotto gli occhi di tutti. Questa marea non ha certamente avuto luogo in Tunisia, culla della Primavera araba, ma Nidaa Tounes ed Essebsi rappresentano ugualmente per il Paese ciò che il leader del colpo di Stato rappresenta in Egitto e ciò che il generale Haftar rappresenta in Libia, poiché fondamentalmente essi richiamano tutti i vecchi regimi dittatoriali.

Il vantaggio evidente che Nidaa Tounes sembra avere in Tunisia, rispetto ai dittatori precedenti, è però quello derivato dal fatto che la sua legittimità sarebbe emersa da un processo democratico ed elettorale. Ciò nonostante, è impossibile però non notare che i mass media corrotti e non riformati, i sindacati, la classe benestante e l’apparato statale hanno tutti lavorato per garantire supporto al loro candidato.

In questo senso, il degrado della rivoluzione tunisina non è un evento, ma piuttosto un processo che non è abbastanza eccitante per le network che forniscono notizie 24h su 24h. Tuttavia la frase che contiene Essabsi e la democrazia sembra però comunque essere un ossimoro, simile ad un suprematista bianco che presiede il governo sudafricano di destra dopo Mandela.

Lungi dall’essere pessimista, spero che la democrazia tunisina non ritorni alla dittatura vera e propria. E per riassumere il tutto: non è tutto oro, ciò che luccica sulla CNN, BBC e Al-Jazeera.

Mohamed Firas Arfaoui è collaboratore web del blog tunisino indipendente Nawaat.org.

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Roberta Papaleo

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