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Tunisia: dalla rivoluzione alla resistenza

Di Mustapha Benfodil. El Watan (19/05/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

In molti ritengono che i media tendano sempre a uscire dalle righe e che il processo democratico in Tunisia non sia in discussione solo a causa dell’attentato al museo del Bardo. Vale tuttavia la pena di osservare che al di là delle conseguenze che il fenomeno del terrorismo nello stile dei cartelli del jihad ha sul tessuto sociale, la presenza delle forze di polizia per le strade si è notevolmente intensificata. In particolare su Avenue Habib Bourguiba, arteria emblematica del centro di Tunisi, dove l’apparato della sicurezza è impressionante, soprattutto nei pressi del ministero dell’Interno.

Per il governo in carica guidato dal presidente Béji Caïd Essebsi è stata una dura prova, a meno di tre mesi dalla sua elezione, da cui tutti si aspettavano che segnasse l’inizio della transizione democratica. Intanto l’impatto psicologico dell’attentato sembra progressivamente dissiparsi grazie allo spirito di reazione che ha prevalso sulla psicosi. Bar e teatri sono sempre molto frequentati, immagine di un popolo con gioia di vivere e un carattere ostinatamente pacifico. Le inquietudini riguardano altre dimensioni: un’economia che ha ancora molta strada da fare e il fronte del malcontento sociale in ebollizione.

Il primo trauma per la Tunisia era stato il 6 febbraio 2013 l’assassinio di Chokri Bélaïd, guida del Fronte Popolare, sotto casa sua a El Menzah. Il 25 luglio 2013 è stata poi la volta di Mohamed Brahmi, altro oppositore, fondatore della Corrente Popolare, ucciso vicino alla sua abitazione a El Ghazala. Quattro giorni dopo, otto militari sono morti in un attacco terroristico a Djebel Chaâmbi, in pieno Ramadan, la stessa sorte toccata ad altri quattordici soldati il 16 luglio dello scorso anno, proprio al momento della rottura del digiuno rituale. Tutti episodi che hanno scosso profondamente sia i media che i palazzi governativi, al punto che al centro del dibattito pubblico si trova la violenza politica e l’annosa questione se valga la pena rinunciare alla libertà in nome della sicurezza. Infatti, accanto alla disillusione suscitata nell’opinione pubblica dai movimenti integralisti islamici, c’è la convinzione di non pochi analisti che la rivoluzione popolare tunisina sia dilaniata tra lo spettro del radicalismo religioso e il ritorno della vecchia guardia, laica ma altrettanto autoritaria.

Per Maher Hanin, filosofo tra i quadri del partito di sinistra al-Massar, “la rivoluzione è in crisi” e occorre constatare alcuni punti di deriva politica e sociale. Le aspirazioni originarie riguardavano valori universali come libertà, dignità, uguaglianza, lotta alla corruzione, ben presto insidiati da velleitari conflitti di identità, sfociati nell’irruzione di “violenza politica, odio e terrorismo” nel fronte per il cambiamento sociale. A livello istituzionale, osserva Hanin, si assiste intanto al ritorno della vecchia classe politica, incarnata nella figura di un presidente di 88 anni, poco adatto a rappresentare una rottura rispetto al passato regime. Sta di fatto che la risposta immediata all’attentato al Bardo è stata, a parte la sfilata dei “presidenti solidali”, un’imponente manifestazione della società civile al grido di “Cancelliamo il terrorismo”. È stata proprio la rivoluzione dunque a infondere la forza di reagire ai cartelli del jihad, al grido di “con la nostra unità vinceremo il terrorismo”.

Quanto alla base ideologica del terrorismo, sotto accusa non sono solo i gruppi salafiti, ma anche Ennahda, partito politico di area Fratelli Musulmani, e la sua storica guida Rached Ghannouchi. Nella Tunisia in marcia verso la democrazia per un numero sempre maggiore di persone c’è posto solo per quelle rivendicazioni che hanno portato il rovesciamento di un regime decennale.

Mustapha Benfodil è uno scrittore e giornalista algerino, collaboratore di El Watan.

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Carlotta Caldonazzo

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