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Tre paesi in cui l’UE dovrebbe investire per frenare il caos regionale

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Dal blog Europa e mondo arabo di Roberta Papaleo

Di Kristina Kausch. Middle East Eye (03/10/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

L’attenzione dell’Europa alla sua riva meridionale è concentrata su un’escalation disastrosa. Di fronte alle guerre in Siria, Iraq e Libia, e alla crisi migratoria e la proliferazione del terrorismo, le energie del Vecchio Continente sono centrate sulla stabilità. Nella maggior parte dei casi, si tratta solo di evitare che le cose che vanno male peggiorino.

Tuttavia, oltre alla gestione delle crisi, l’Europa dovrebbe pensare in maniera più audace per capire cosa fare per evitarle. La Strategia Globale dell’UE lanciata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso luglio mira alla “resilienza”, definita come “l’abilità degli Stati e delle società di riformarsi, quindi di resistere e riprendersi dalle crisi esterne e interne”. Ad oggi, quest’atteggiamento non è ancora visibile nelle politiche europee, che son invece per lo più incentrate sul contenere le ripercussioni dei conflitti dal Medio Oriente.

Spesso gli sforzi dell’Europa di mantenere la stabilità nel MENA sono stati mandati all’aria da un compromesso che consiste nel tollerare la paralisi interna per il bene della cooperazione regionale. Ma il compromesso è sbagliato. I sistemi politici resilienti hanno più probabilità di avere partner prevedibili, in quanto non rischiano rivolte popolari o colpi di Stato, e sono quindi più disposti ad impegnarsi a livello regionale. Detto ciò, l’Europa dovrebbe essere più audace e investire in paesi come la Tunisia, il Marocco e la Giordania, che nel tempo potrebbero diventare delle “ancore resilienti” per le relazioni euro-arabe-africane.

Un simile investimento produrrebbe vantaggi strategici per l’Europa: si verrebbero a creare delle isole di stabilità sostenibile nel mare dei disordini regionali, permettendo anche di diminuire le ripercussioni nel vicinato e in Europa.

Verosimilmente, la scelta è scarsa. Mentre l’idea della Turchia come un ponte tra Europa e Medio Oriente svanisce, è importante sviluppare altre partnership costruttive nella regione. Tunisia, Marocco e Giordania, benché non giochino un ruolo in prima linea a livello regionale, sono i partner più promettenti per l’Europa grazie alla loro abilità di riformarsi.

Il vicinato meridionale è stato il tallone d’Achille della politica estera dell’UE. Oggi, l’Unione considera Giordania e Marocco, e di recente anche Tunisia, come le tre speranze delle relazioni euro-mediterranee. La loro poca influenza a livello regionale va vista come un pregio, invece che un difetto, in quanto corrisponde a un minore rischio di interferenze esterne e quindi li rende partner più affidabili.

Se l’UE intende seriamente costruire il tipo di resilienza che considera la sostenibilità di governo, istituzioni e società come le basi per un vicinato stabile, allora deve assicurarsi che le sue azioni contribuiscano a questa resilienza su tutti e tre i livelli, in modo equo e simultaneo.

La Tunisia è il paese dove l’Unione può fare di più, soprattutto in termini di: mantenimento degli impegni finanziari fatti dopo la rivoluzione del 2011; innalzamento del profilo politico della Tunisia; abolizione del protezionismo agricolo garantendo un accesso completo al mercato. L’attuale tendenza verso il basso del Marocco potrebbe essere ribaltata da un investimento deciso e tempestivo dell’UE, accompagnato da riforme strutturali. La Giordania, benché non di competenza dell’UE, sta affrontando una delle maggiori crisi di rifugiati. Investendo in Tunisia e Marocco e moltiplicando gli sforzi per sostenere la Giordania nell’accoglienza di rifugiati, l’UE potrebbe migliorare la partnership nella regione.

Kristina Kausch è membro del German Marshall Fund di Bruxelles.

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Roberta Papaleo

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