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“Tre giorni di speranza”: Razan Zaitouneh racconta l’assedio di Ghouta

Zoom 12 dic tre giorni Razan ZaitounehDi Razan Zaitouneh. Now Lebanon (09/12/2013). Traduzione di Roberta Papaleo

La lunga strada è piena di ostacoli e mine. Solo la fortuna decide se la si può attraversare in sicurezza. Questa strada oscura, illuminata solo dalla fede e da brandelli di sogni in frantumi.

Per tre giorni, le notizie di questa strada hanno sminuito tutto il resto. La strada ha aperto le sue braccia e i corpi dei giovani combattenti si sono allineati come un ponte, un martire dopo l’altro, così che i sopravvissuti potessero arrivare dall’altra parte.

Per tre giorni, la voce dei muezzin ha echeggiato, ma senza chiamare alla preghiera. Questi suoni, leggeri e crepitanti, si sono persi nel vento prima che potessimo sentirne i nomi. Ogni volta che sentivamo un megafono gracchiare, sapevano che avrebbe annunciato l’aggiungersi di un altro martire ai molti che hanno sfidato questa strada senza pietà. Non c’è molto tempo per il lutto.

Tutti si sono arresi al fatto che la strada sarà di nuovo pavimentata dai corpi di questi giovani. C’era dolore, ma anche gioia. Tutti hanno festeggiato la strada, seguendone le notizie e fingendo di farne parte, come se fossimo un’unica lunga catena umana armata di picconi che si muoveva lenta ma costante sulla strada.

Alla fine della strada, ci sarebbero stati latte e uova per i bambini affamati, vestiti caldi e grano dorato in attesa di essere trasformato in pane dalle magiche mani delle donne. C’erano medicine che attendevano di alleviare il dolore dei pazienti e di salvare delle vite. In fondo alla strada c’era un Eden perduto, la promessa di una parvenza di vita, una promessa di calore, sazietà e guarigione.

Anche alcuni negozianti succhia-sangue si sono uniti ali festeggiamenti della strada. All’improvviso, i loro scaffali erano pieni di beni che avevano messo da parte e le persone li hanno puniti non comprando nulla: “Quando la strada aprirà le sue braccia domani, dovrete seppellire con vergogna i beni che avevate nascosto!”.

Quei tre giorni hanno racchiuso più sogni che in tre anni. Hanno racchiuso piani per il futuro, di coloro che volevano andarsene e di coloro che volevano tornare. Persino le altre zone sotto assedio hanno osservato la battaglia, come se potesse liberare anch’esse dall’occupazione. Ciò che si cela oltre la strada non è niente in confronto a ciò che c’era prima.

Tuttavia, le notizie sulla strada sono presto diminuite e si diceva che essa avesse ingoiato il sangue di quei giovani e che si fosse chiusa sui loro corpi. Il sogno dell’Eden perduto fu messo da parte. Eppure nessuno dimentica quei momenti di speranza, di come essi abbiano trasformato vecchie e stanche creature in esseri alati che celebravano la gioia e la vita a venire.

La strada si è chiusa su queste speranze, ma non ha intaccato quelle emozioni. L’occasione ci ha ricordato che ciò che abbiamo di fronte e che tutto questo dolore sarà tollerato quando raggiungeremo la fine della strada.

La strada di fronte a noi è ancora lunga e piena di ostacoli e mine. La fine è ancora bloccata e ciò che c’è oltre rimane ignoto – oltre l’assedio, la rivoluzione, la guerra. È un sogno che ci lega tutti, come una catena umana. Benedetto sia chi alla fine riesce ad attraversarla.

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Roberta Papaleo

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