Libano Zoom

Tre domande a Elias Khoury sulla crisi dei rifiuti in Libano

Elias Khoury

Di Anne Marie El-Hage. L’Orient Le Jour (01/09/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

Qual è la sua opinione sull’evoluzione della situazione dei rifiuti?

I rifiuti sono letteralmente esplosi in cima alle mafie, che non sono riuscite a trovare delle soluzioni. L’ultimo fallimento è stato lo scandalo delle offerte per gli appalti. Con l’incapacità di gestire la crisi della spazzatura le autorità hanno mostrato anche l’incapacità di governare. Ciò che hanno fatto dopo Taif è stato derubare il Paese e decentralizzare la politica estera. È questa la ragione per cui si susseguono crisi senza uscita. Tornando alla questione dell’immondizia, il Libano è l’unico Paese al mondo dove le municipalità sono escluse dalla gestione dei rifiuti. Questa centralizzazione è anormale e nasconde un dominio sui fondi pubblici, un furto di denaro alle municipalità. Quanto all’acqua, all’elettricità, ai salari, alle carriere eccetera, non le si conosce molto bene. Come stupirsi che la strada esploda? La cosa più sorprendente è che abbia tardato tanto ad esprimersi. Oggi essa esprime l’esasperazione dei cittadini che non sopportano più le azioni mafiose da parte delle autorità e che reclamano una soluzione. Perché fino a questo momento l’unica soluzione che i giovani intravedono è l’emigrazione. Scendendo in strada, i giovani si sono riconciliati col loro Paese. Hanno riacquistato speranza e mi hanno ridato speranza. D’altronde è la prima volta che si sentono slogan unicamente cittadini, né 14 Marzo né 8 Marzo. È la prova che il sistema confessionale non funziona più e che non è più in grado di risolvere i problemi. Il movimento “Puzzate” (Tol3et ry7etkoum) si è creato spontaneamente, nel tentativo di permettere ai cittadini di esprimersi. Ha avuto origine da obiettivi nobili. Se continuerà, sono convinto che riuscirà ad aprire una grande breccia nel muro.

Cosa pensa della tabella di marcia politica del collettivo You Stink?

È una tabella di marcia chiara e modesta. Il movimento chiede innanzitutto le dimissioni del Ministro dell’Ambiente Mohammed Machnouk. La rivendicazione non ha niente di personale. Lui è un povero diavolo, ma è il ministro responsabile del dossier dei rifiuti. Deve dunque pagare il prezzo della sua incapacità di risolvere il problema e dimettersi. Poi toccherà al Ministro dell’Interno rendere conto. Deve essere punito specialmente per l’uso di bombe lacrimogene sui manifestanti e per averli sottoposti all’esame delle urine. Il collettivo rivendica altresì che il denaro delle municipalità sia restituito alle municipalità, perché queste possano fare il loro dovere. Infine, chiede una legge elettorale fuori dal quadro confessionale.   

È una rivoluzione? È il minimo delle riforme necessarie. Perché i cittadini ne hanno abbastanza di un sistema confessionale che copre il furto di denaro pubblico e gli zaim comunitari che si arricchiscono sulle loro spalle. I cittadini non hanno il diritto di sognare una società democratica, laica e che pratichi la giustizia sociale? Non hanno il diritto di essere meno sotto pressione nella vita quotidiana? Da qui lo slogan che hanno lanciato, con cui invocano la caduta del sistema.

Può valutare l’azione globale del movimento di protesta?

All’inizio del movimento di protesta, una quindicina di giovani manifestanti hanno gettato dei sacchi di immondizia davanti alle case dei responsabili politici. Sabato scorso, decine di migliaia di contestatori hanno riempito Piazza dei Martiri. È la prova che il movimento si evolve e attira cittadini di tutto il Paese, musulmani e cristiani, del nord e del sud, di Beirut e delle periferie, che si esprimono apertamente. È con spontaneità, certo, che si sono espressi, vista la grande diversità degli slogan. Credo che questa manifestazione abbia reso omaggio a due grandi uomini, Samir Kassir e Georger Hawi. Peccato che non fossero là!

Non temo che il movimento perda di vigore o si sgonfi, perché le rivendicazioni dei cittadini non smetteranno. Il mio unico timore sta nella reazione delle autorità e nella loro volontà di distruggere il movimento, così come hanno distrutto le rivendicazioni salariali degli insegnanti e i loro sindacati. Ne è la prova l’iniziativa del Presidente del Parlamento, Nabih Berry, di recuperare il movimento e ravvivare il dialogo. Non bisogna dimenticare che la grande maggioranza dei responsabili politici sono ex capi di milizie responsabili di migliaia di morti. Non indietreggeranno davanti a nulla. Il movimento deve riuscire a resistere. Deve soprattutto dare prova di vigilanza. Deve saper far fronte.

Anne Marie El-Hage è giornalista per L’Orient Le Jour.

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Cristina Gulfi

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