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Tra due speranze

Iran presidential electionDi Hazem Saghiegh. Al-Hayat (18/06/13). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

C’è un importante, molto importante, risultato delle elezione di Sheikh Hassan Rohani come presidente della Repubblica Islamica Iraniana: ha dimostrato i veri desideri degli iraniani e la loro opposizione non solo alle politiche dell’uscente presidente Mahmoud Ahmadinejad, ma anche al Leader Supremo Ali Khamenei, il cosiddetto Guardiano Giurista.

È stato difficile affrontare queste elezioni quando il ricordo della frode elettorale del 2009 e la conseguente rivoluzione verde, è ancora crudelmente fresco nelle menti degli iraniani. Le elezioni in Iran, e lo sappiamo molto bene, sono manipolate in anticipo dal Consiglio dei Guardiani, che squalifica i candidati più in vista. Nelle ultime elezioni, solamente 8 candidati sono stati autorizzati a partecipare (due dei quali si sono ritirati dopo) di 600. Se aggiungiamo questo al fatto che Rohani ha ricevuto metà dei voti, ci diventerà chiaro come il volere popolare non sia lo stesso del Leader Supremo. Comunque, il regime in Iran, indipendentemente dall’ondata di sardonico sostegno alla “democrazia iraniana”, non riflette la volontà del popolo, ma quella del Leader Supremo e del suo strumento, il Consiglio dei Guardiani. Ciò impone limiti a ciò che può ottenere Rohani ed evoca esperienze passate con le quali si può misurare l’abilità del presidente nell’effettuare un cambiamento.

Nel 2009, le elezioni sono state manipolate per danneggiare due candidati alla presidenza: Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi che un tempo erano tra i pilastri fondanti del regime Islamico. Allo stesso modo, alla vigilia delle ultime elezioni Hashemi Rafsanjani, ex presidente e altro pilastro del regime, è stato squalificato.

Se andiamo indietro nel tempo, al 1980-1981, quando venivano posti i primi mattoni del regime di Khomeini, possiamo ricordare l’esperienza del primo presidente Abul Hassan Bani-Sadr, professore di economia, relativamente sconosciuto, che abitava in Francia. Khomeini aveva nominato Bani-Sadr e lo chiamava “mio figlio”, ma alle prime divergenze tra il presidente e suo “padre”, Bani-Sadr è tornato in esilio, a Parigi.

È vero che i due mandati di Mohammad Khatami (1997-2005) hanno cambiato relativamente questa direzione. Ma la presidenza di Khatami può essere definita una relativa deviazione. A dire il vero, l’importanza di Khatami non risiede nelle sue realizzazioni, visto che gran parte del suo tempo e dei suoi sforzi sono stati investiti nel “dialogo delle civiltà”,  ma nel nuovo clima che la sua presidenza ha permesso di esprimere.

Khatami, con passione e buone intenzioni, ha cercato di migliorare le relazione con i paesi vicini. Questo è ciò che sembrava possibile in seguito alla “guerra al terrore” statunitense e poi al cambio di regime iracheno, guidato dagli Usa, che ha turbato e confuso Teheran, molto prima che il suo programma nucleare diventasse il principale argomento della contesa. Attualmente, si può solamente immaginare quanto siano diverse le cose ora, con la questione siriana che ha occupato la cima della lista delle priorità per il regime iraniano, a fronte del crescente ritiro della potenza americana. Infatti il presidente non può prendere decisioni, a meno che non siano in accordo col Leader Supremo. In caso contrario, il presidente potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella di Bani-Sadr, Rafsajani o Mousavi.

Quanto detto, in generale, produce speranze ma ne frantuma altre. Per quanto riguarda la speranza, va citato il popolo iraniano che, nonostante tutto, insiste o continua a confrontarsi con il Giurista Guardiano e la sua volontà. Sempre per quanto riguarda la speranza, ci si augura che un regime come questo possa far del bene all’Iran e al mondo.

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Alessandra Cimarosti

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