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Tinghir-Jerusalem, gli ebrei del Marocco in un film

Tinghir-Jerusalem- Echoes from the Mellah Daily Star Lebanon (28/02/2013). Tinghir-Jerusalem: Echoes from the Mellah è il film di Kamal Hachkar dedicato agli ebrei marocchini. Il regista dialoga con la gente dei villaggi berberi nei monti dell’Atlante dei loro ricordi degli ebrei partiti per Israele negli anni ’60. Si sposta poi a Gerusalemme e trova molti di questi ebrei, che ancora parlano l’arabo marocchino e la lingua berbera, ricordando teneramente la terra che si sono lasciati alle spalle. “Il film narra una parte dimenticata della Storia marocchina – che non viene insegnata nelle scuole,” dice il regista, “Il mio obiettivo è di raccontarne il lato umano e di difendere la pluralità storica ed identitaria del Marocco”. Il regista, nato a Thingir ma partito per la Francia col padre quando aveva solo 6 mesi, ha girato tutto il Marocco mostrando il suo film. Gran parte della gente era sospettosa, ma lieta quando si accorgeva che degli ebrei parlavano l’arabo marocchino e il dialetto berbero dell’Alto Atlante.

Come riferito da Zhor Rehihil, curatrice del Museo del Giudaismo Marocchino di Casablanca (fondato nel 1997 e unico nella regione), la comunità ebraica è stata parte della realtà marocchina da quando i mercanti ebrei giunsero in Nord Africa coi Fenici centinaia di anni prima della nascita di Cristo. Per secoli hanno vissuto nei villaggi di montagna accanto ai berberi – abitanti originari del Nord Africa. Nel 1492, poi, con la cacciata da parte della Spagna di musulmani d ebrei, la popolazione ebraica del Marocco crebbe portando con sé la sofisticata cultura urbana dell’Andalusia. Negli anni ’50 c’era una popolazione di 300 mila ebrei su 8 milioni di marocchini. Con la nascita di Israele gli ebrei lasciarono il Marocco: alcuni attratti verso la terra promessa, altri per sfuggire alla situazione economica marocchina del periodo post-coloniale, e altri ancora che temevano la persecuzione.

Oggi restano circa 5 mila ebrei, quasi tutti nella capitale commerciale marocchina di Casablanca. Rehihil racconta che i giovani marocchini che frequentano il museo del Giudaismo in gite scolastiche all’inizio sono esitanti, ma che poi vedono i vestiti, i caffettani e altri manufatti ebraici che trovano familiari come marocchini. La curatrice stessa dice di essere “parte di questa nuova generazione che non ha vissuto con gli ebrei,” riferendosi a coloro nati dopo il 1960. “I musulmani sono rimasti traumatizzati dalla partenza degli ebrei. Non incontri un singolo marocchino che non abbia avuto qualcuno in famiglia con un amico, un vicino o un collega ebraico, o la cui nonna non abbia imparato l’arte del ricamo da un ebrea o il cui nonno non abbia fatto affari con un ebreo”.


Claudia Avolio

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