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The new Threat from islamic militancy. Intervista a Jason Burke

Jason Burke

Intervista di Katia Cerratti

“Se hai sentito un brivido alla vista di poliziotti armati e dell’esercito nelle nostre stazioni ferroviarie e nei nostri aeroporti, allora sei già una vittima del terrore”.the new threat from islamic militancy Jason Burke

Così, Jason Burke, corrispondente del Guardian, prima per l’Asia e ora per l’Africa, nel suo ultimo libro sulla militanza islamica The new threat, La nuova minaccia, ci mette in guardia dall’errore più comune che si possa commettere di fronte al terrorismo: farsi destabilizzare dal panico.

Già autore di Al-Qaeda, la storia vera (2003), in cui analizza la vera natura del radicalismo islamico, e di 9/11 wars (2011), quadro dettagliato dei diversi conflitti che hanno caratterizzato il decennio dopo l’11 settembre 2001, in The new Threat, Burke analizza e distingue le dinamiche interne ai vari gruppi con cui anche l’Occidente, suo malgrado, è costretto a confrontarsi: al-Qaeda, Isis, al-Shabab, Boko Haram, i Talebani ma anche i cosiddetti “lupi solitari”, come i protagonisti della strage di Charlie Hebdo. Qual è il loro paradigma, gli obiettivi finali, il fascino che esercitano su tanti giovani che si sono trasformati in foreign fighters, Burke lo spiega con chiarezza precisando però che ‘non esiste una pallottola d’argento per fermarli’. Non fornisce soluzioni dunque, ma forse riesce in un’impresa ancor più difficile: far chiarezza nel caos generato dai luoghi comuni e dall’ignoranza.

Conoscere chi ci fa paura, cercare di capire chi è e, soprattutto, non smettere di domandarsi: perché? E’ questo dunque, il filo rosso di The new Threat, che oltre ad essere una guida illuminante per chi vuole approfondire la conoscenza della militanza islamica, offre anche una lunga serie di spunti di riflessione.

Jason Burke li chiarisce in questa intervista che ci ha rilasciato pochi giorni fa.

Al-Qaeda la storia vera, 9/11 wars, La strada per Kandahar, nascono dai tuoi viaggi, dalle esperienze vissute sul campo. The new threat, il tuo ultimo lavoro, fornisce un quadro ampio e accurato dello sviluppo della militanza islamica dal 1970 ai giorni nostri. Come è nato questo lavoro?

E ‘abbastanza semplice, in realtà. Ogni libro è nato dal semplice desiderio di dire qualcosa, qualcosa che non posso necessariamente dire nel mio giornalismo, semplicemente per ragioni di spazio. Si tratta di grandi temi, molto spesso, e necessitano di un certo spazio per essere analizzati. In un certo senso, sono tutte storie che ho voluto raccontare. Al-Qaeda è stata la storia del gruppo, Sulla strada per Kandahar era piena di storie di persone che avevo incontrato in Medio Oriente e altrove, così come le mie storie raccolte durante la mia permanenza nella regione, e 9/11 wars era davvero una storia contemporanea, che racconta un decennio tumultuoso e di enorme importanza.

In The new Threat distingui tra militanza globale, ovvero al-Qaeda e Isis e  militanza locale, come al-Shabab in Somalia e Boko Haram in Nigeria. Proprio il gruppo nigeriano si è reso protagonista recentemente dell’ennesima efferata strage in Nigeria, bruciando vivi donne e bambini. Il fenomeno Boko Haram, dove si colloca esattamente, resta militanza locale o rischia di trasformarsi in un fenomeno globale e quindi in un Isis 2?

Credo che Boko Haram sia molto chiaramente locale. I suoi legami con l’Isis sono infatti estremamente tenui, e si basano solo sulla presunta promessa di fedeltà del suo leader, altamente imprevedibile, Abu Bakr Shekau.  Boko Haram ha radici in una serie di movimenti revivalisti nel nord della Nigeria, in tutta una serie di profonde tensioni politiche che risalgono a decenni, e anche a eventi più recenti nella regione. Qualsiasi connessione globale è arrivata molto tardi ed è piuttosto debole. In ogni caso, davvero non vedo Boko Haram porsi come qualcosa di più di una minaccia regionale.

Al Qaeda, la storia vera, Jason BurkeAl-Qaeda sembrava essersi indebolita invece è tornata prepotentemente sulla scena. Quali parallelismi e differenze con l’Isis?

In un certo senso è tornata sulla scena con attacchi nel Sahel, ma per il resto rimane molto l’ombra di sé stessa. E’ l’Isis che ora sta dominando le conversazioni, tra militanti o politici occidentali o addirittura tra il pubblico, in tutto il mondo; è l’Isis che si è stabilita in un enclave che si estende su un pezzo principale di beni immobili in Medio Oriente, non al-Qaeda.  Per quanto riguarda le differenze e le somiglianze, ce ne sono molte. Non dimentichiamo che entrambe sono organizzazioni islamiche estremiste, violente e revivaliste, che perseguono gli stessi obiettivi: la rigenerazione della Ummah attraverso la violenza sia internamente che esternamente. Le differenze sono di strategia, metodologia e tempistica. Al-Qaeda ha visto sempre l’istituzione del califfato come un’aspirazione a lungo termine, non come un obiettivo immediato, ma ha anche evitato la violenza contro gli sciiti, al contrario dell’Isis per cui questa è quasi una ragion d’essere; secondo al-Qaeda la conquista del territorio dovrebbe avvenire dopo un lungo periodo di preparazione attraverso atti di violenza terroristica e di attivismo che preparerebbero le popolazioni, mentre l’Isis semplicemente conquista il  territorio con l’intento di imporre il suo dominio sulle comunità. Ci sono anche differenze culturali, sociali e di altro tipo, in particolare tra i leader. Bin Laden e al-Zawahiri rappresentavano una generazione più vecchia, con una visione del mondo diversa influenzata molto di più dagli anni 1960 e 1970, quando stavano crescendo. Al-Baghdadi è di 20 o 25 anni più giovane, ed è influenzato molto di più dagli anni 1980 e 1990, quando l’ondata islamista era ben avviata.

Come spieghi il fenomeno in continua espansione dei foreign fighters?  

Ci sono state quattro ondate di combattenti stranieri dal 1980: quelli attratti dalla guerra in Afghanistan, quelli che hanno combattuto in Bosnia, Cecenia, Afghanistan e altrove nel 1990; particolarmente quelli coinvolti in Iraq ma anche altrove negli ultimi dieci anni, e ora c’è una nuova ondata. Quindi siamo di fronte a un fenomeno molto resistente, quasi sempre con i giovani, che ha sostanzialmente le sue radici in alcuni fattori abbastanza ovvi e continui: demografia (molti giovani), economia (molti  giovani, spesso istruiti, che non lavorano), società (molti giovani con basso status a causa della mancanza di lavoro, che tardano a sposarsi per problemi di alloggio e altro), cultura (un patriarcato che definisce un ruolo maschile che non può essere soddisfatto), politica (nessuna soluzione ovvia con mezzi democratici) e, naturalmente, ideologia (l’esistenza di un potente insieme di idee che offrono un empowerment e una possibile soluzione utopica). Poi, si possono aggiungere i social network, il ruolo di altri amici nel reclutamento, il desiderio di avventura, di essere parte di un gruppo, così come l’efficace propaganda da parte dei gruppi provenienti da decenni di linea dura anti-occidentale, anti-semita, insegnamenti anti-sciiti da parte dei chierici e anche dei governi. Inoltre, la politica occidentale e naturalmente la questione palestinese, ed altre cose ancora, che fanno indignare giustamente molte persone e danno agli estremisti opportunità che altrimenti non avrebbero.

Secondo te, le inchieste giornalistiche sull’Isis, rischiano di favorirne la propaganda?

Credo che questa situazione si possa ribaltare. Il terrorismo, una volta, invocava i mezzi di comunicazione per raggiungere il pubblico. In una certa misura è ancora così e ci sono domande genuine da porre sul ruolo dei media che aiutano inconsapevolmente l’Isis coprendo la violenza del gruppo così tanto. Ma ora i media sono molto di più di grandi reti e giornali e questo è ciò che l’Isis sfrutta così bene. Il vero potere della propaganda è che può essere diffuso peer-to-peer

In Occidente è opinione diffusa, seppur riduttiva, che dietro le bandiere dell’Isis e di chi li foraggia, non ci sia alcun richiamo religioso ma soltanto sete di potere economico. Sei d’accordo?

Non credo. E’ il contrario in realtà. Credo che in Occidente la visione sia che l’Isis  sia basato totalmente sulla fede e sull’estremismo religioso. Qualsiasi fattore politico, economico o sociale che guida l’estremismo in Iraq e Siria, o più in generale, tende ad essere dimenticato nella fretta di considerare gli esponenti dell’Isis fanatici religiosi. La questione verte più sul chiedersi se l’islam sia fondamentalmente violento – e io personalmente credo di no –  e questo accade perché abbiamo visto al-Qaeda e l’Isis, piuttosto che sui fattori economici. 

Come giudichi le primavere arabe e quanto è credibile l’ipotesi che il loro fallimento possa aver spianato la strada all’Isis?

Penso che sia abbastanza chiaro a tutti che le speranze nate con le rivolte della primavera araba siano state profondamente deluse ed è altrettanto chiaro che, senza le rivolte in Siria e la guerra civile, l’Isis non avrebbe potuto diffondersi come ha fatto. Chiaramente anche altri elementi hanno giocato un ruolo: la sensazione sunnita di essere sotto assedio in quella regione, il malgoverno dell’Iraq e altro, ma l’anarchia che ha seguito la primavera araba ha di certo aiutato. La Libia è un esempio evidente.

Sei sempre stato in prima linea in moltissime zone di guerra, dall’Indonesia al Marocco, dall’Iraq al Pakistan e all’Afghanistan, hai incontrato militanti e assistito ad esecuzioni. C’è un episodio che ti ha segnato più di altri durante il tuo lavoro di reporter?on the road to kandahar Jason Burke

Credo molti episodi separati, ed è difficile individuarne soltanto uno. Di solito è la condizione dei civili, che è più angosciante. Posso pensare a una famiglia che ho incontrato in Afghanistan nel 2002 nei pressi di Gardez, i cui bambini sono morti a causa del freddo intenso. Erano rifugiati in fuga dai combattimenti nella pianura Shomali più a nord, e non avevano soldi per tornare a casa. Ho cercato di aiutarli con un po’ di cibo e denaro, ma non si è mai saputo quello che è successo. Poi ce ne sono altri in Iraq ai quali penso spesso. Nel complesso, questi due conflitti probabilmente hanno lasciato il maggior numero di cicatrici, anche se sono sempre molto consapevole del fatto che io sono lì per scelta, come giornalista e osservatore molto privilegiato.  Ci sono anche altri episodi che segnano veramente il tuo pensiero. Mi ricordo le indagini su un attacco suicida che coinvolse i membri di una squadra di calcio nel sud della Thailandia, circa un decennio fa. Continuavo a chiedermi come mai così tante persone provenienti dallo stesso gruppo si lasciassero coinvolgere dall’estremismo, alla fine ho capito ed era molto semplice: erano solo tutti amici tra loro. 

Europol sostiene che l’Isis sia pronto a colpire l’Europa su vasta scala. Quali errori ha commesso l’Occidente, oltre, secondo alcuni, a creare l’Isis? 

La prima cosa è che l’Occidente non ha creato l’Isis deliberatamente, come alcuni credono. Chi lo crede non ha capito l’Occidente o l’Isis. L’idea che sia una creazione della CIA per fomentare la violenza fra i musulmani è purtroppo solo un’altra delle teorie della cospirazione che la gente usa per evitare di guardare in faccia la realtà. L’Isis è un gruppo islamico estremista, e la maggior parte delle radici dell’estremismo islamico si trovano all’interno di profondi fattori sociali, economici, politici, religiosi e altri, all’interno del mondo islamico, non a Langley con un gruppo di spie. Ma naturalmente, l’Occidente ha commesso errori enormi, e continua a farlo, in tutti quei settori che in un modo o nell’altro hanno contribuito al problema. Risalgono a secoli fa e sarebbero troppi da elencare. 

9/11 wars Jason BurkeDai tuoi scritti si evince che la forza del terrorismo sembrerebbe risiedere non tanto nel numero di vittime che miete, quanto nelle reazioni che genera nelle persone. Il suo scopo è appunto quello di ‘terrorizzare’. Se avere paura è normale, soltanto attraverso la conoscenza del ‘nemico’, possiamo trasformare un panico ignorante e destabilizzante in una paura umana e consapevole. Che cosa significa, quindi, conoscere il nostro nemico? 

Conoscere il nostro nemico significa comprendere con ragionevolezza, attenzione e sensibilità che cosa stiamo combattendo e perché. Dobbiamo anche capire la minaccia che esso rappresenta. La militanza islamica non rappresenta una minaccia esistenziale per le nostre società. Il riscaldamento globale invece lo è, ma trascuriamo ciò che è importante   per ciò che è urgente. La migliore arma contro il terrorismo è quella di resistere alla tentazione del panico, all’esagerazione e all’ avere paura. Questo è ciò che porterà a maggiori tensioni tra le comunità, ovunque, sia a livello internazionale che nazionale, in Occidente o altrove. Questo è ciò che gli estremisti vogliono. Ed è questo che noi dobbiamo impedire loro di ottenere.


Jason Burke, corrispondente del  Guardian e dell’Observer per l’Asia meridionale e ora per l’Africa, ha iniziato a lavorare per l’Observer nel 1998, come capo redattore in Pakistan. Trasferito in  Medio Oriente, Burke ha coperto l’Intifada palestinese e gli eventi in Iraq. E’ stato il primo giornalista a intervistare  il presidente Pervez Musharraf, salito al potere in Pakistan nell’ottobre 1999. E’  stato anche il primo giornalista occidentale ad entrare nella città afghana di Khost durante la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan, e  il primo giornalista occidentale a intervistare Jalaluddin Haqqani, ex ministro dei talebani per gli affari tribali. Dal Marocco alla Cambogia, dall’Uzbekistan allo Zimbabwe e all’Afghanistan, Burke ha coperto conflitti e raccontato storie sul campo, sempre in prima linea,  specializzandosi in conflitti e militanza islamica. Di base a  New Delhi come corrispondente per l’Asia, Burke, oltre a The New Threat, ha scritto altri libri sul radicalismo islamico e sulle sue esperienze in Afghanistan: Al Qaeda: La vera storia di Islam radicale, (2003). ha venduto circa 45.000 copie nella sola Gran Bretagna ed è stato tradotto in sette lingue, tra cui giapponese, turco e lettone. Si tratta di  un attento studio del fondamentalismo islamico e delle attività e dell’ ideologia di Al Qaeda; 9/11 wars, (2011), quadro dettagliato dei diversi conflitti che hanno caratterizzato il decennio dopo l’11 settembre 2001; On the road to Kandahar, (2008) resoconto dei viaggi di Burke, fatto di incontri con centinaia di persone, dai rifugiati ai ministri governativi, dai cecchini americani ai duri mujaheddin, dai parenti dei kamikaze e delle vittime degli attentati ai militanti per la resistenza, dai funzionari dei servizi segreti ai detenuti politici. Jason Burke si è da poco trasferito in Africa. Parla inglese, francese, un po’ di urdu e un po’ di arabo.


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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