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Taqwacore, la nascita dell’Islam Punk: una storia di Micheal Muhammad Knight

di Naima El Moussaoui (Qantara.de 27/08/2012) – Traduzione di Claudia Avolio.

 

Un appartamento di Buffalo (New York), dove i Musulmani Punk si riuniscono a pregare ogni venerdì pomeriggio. Un buco nel muro, aperto con una mazza da baseball, indica la direzione della Mecca. Stuoie per la preghiera sono stese in terra attorno a bottiglie di birra vuote e scatole di pizza. Ognuno può avere la sua volta da imam: in alcuni casi è Rabeya la femminista, una donna che veste il burqa disseminato di toppe di gruppi musicali punk e che prega solo quando ne ha voglia. Altre volte l’imam lo fa Jehangir, un tizio perennemente ubriaco, con una cresta, la giacca di pelle e una chitarra elettrica a tracolla. Appena scende la sera, è tempo di sesso, punk e vari bagordi per tutta la casa.

 

Una scena vissuta ogni giorno dai protagonisti del romanzo Taqwacore, di Micheal Muhammad Knight, il cui titolo suggerisce subito un ibrido di culture: a metà tra taqwa, ‘timore verso Dio’, e hardcore. Il libro descrive un luogo in cui due mondi s’incontrano: l’Islam e il Punk. Ma senza collisione. Riescono a formare una nuova cultura giovanile dei Musulmani Punk, fatta di personaggi che si ribellano contro ogni forma di religione e autorità organizzate. Creano la loro branca dell’Islam, scevra da dettami religiosi e regole. Taqwacore, come il narratore in prima persona Yusef ci spiega, significa essere deliberatamente un cattivo musulmano pur continuando ad amare con tutta l’anima Dio. Ma saranno davvero musulmani? O piuttosto apostati? Una domanda che Yusef si pone più volte.

 

Gli individui di questo appartamento vogliono essere musulmani, ma al contempo conservare la loro attitudine anarchico-punk e lo stile di vita americano, vogliono essere questo: Musulmani Punk Americani. Attraverso contraddizioni apparenti assemblano un mosaico, una identità Islamo-punk. Ciò permette loro di pronunciare le parole “Alhamdulillah” (Dio sia lodato) e “Fuck” rivolto a qualcun altro, nello stesso respiro. Ed è del tutto naturale, nel loro cosmo, leggere il Corano fumando una canna. Questo cosmo, poi, accetta le imam femmine e i musulmani omosessuali. “Dio è così alto e immenso, la mia fede non può essere piccola e ristretta di mente. Questo mi rende forse un kafir (un apostata dell’Islam)? Io dico: Dio è grande. Se ciò non basta, allora vi mando al diavolo, ve lo potete tenere!”: con queste parole Jehangir riassume l’approccio anarchico di Taqwacore.

 

Non esiste affatto il musulmano perfetto, dice Jehangir. Anche il Profeta Mohammed aveva un lato oscuro, che lo rende ai suoi occhi “in piena sintonia col punk”. Poi c’è Rabeya per la quale “Da qualche parte lì fuori, c’è un Islam figo: devi solo trovarlo”. Il suo pennarello nero le è d’aiuto, con quello cancella il versetto 4:34 del Corano, perché ritiene che “Se per me è sbagliato che un uomo picchi una donna, e il Corano vede le cose in maniera diversa, allora non m’importa nulla di quel versetto”. Ora il Corano le piace molto di più, dice. Quello che chiede è libertà ed uguaglianza per le donne musulmane. Solo lei sa perché è completamente coperta dal burqa. Ed è destabilizzante visto che cozza in pieno con le sue posizioni. Ci parla sia delle donne che si velano, sia dell’emancipazione, da un lato affronta il tema dell’astinenza e dall’altro quello della sessualità femminile.

 

Tutto il romanzo appare come una presa di posizione radicale. Il suo autore sarà islamofobo? Dopotutto, la sua storia fa passare attraverso lo sporco ogni cosa che i comuni musulmani considerano sacra. “Non intendo danneggiare l’Islam. Voglio solo renderlo possibile all’interno della mia vita,” dice Knight. Trentacinquenne, è cresciuto come cattolico e si è convertito all’Islam negli anni dell’adolescenza dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X. Ha viaggiato in Pakistan quando aveva 17 anni, per apprendere gli insegnamenti islamici nelle moschee e nelle scuole coraniche. Vivendo in stretta osservazione delle regole dell’Islam ortodosso in Pakistan, ha anche considerato la possibilità di unirsi al Jihad. Ma dubbi sono sorti in lui e col tempo ha rimesso in discussione ogni cosa – sia il Corano, sia il Profeta Mohammed.

 

“Ero disilluso dalla religione, la comunità islamica non era come l’avevo immaginata,” dice. Tornato negli U.S.A., ha fatto amicizia coi ragazzi del college: “Bazzicavo dei punk, erano aperti, onesti e mi accettavano per come ero – e non ero perfetto. Ho pensato: non sarebbe grandioso se i musulmani avessero uno spirito punk?”. Ha scritto Taqwacore nel pieno di questa crisi di senso e identità, come suo personale addio all’Islam. “Mi sono sentito così perso e solo mentre scrivevo il libro,” dice oggi. L’opera è un’impronta per un Islam “moderno” dipinto come piacerebbe a lui. Ma cosa significa esattamente essere un musulmano? E chi decide i parametri? Domande che percorrono tutto il romanzo. Nella storia appaiono numerose band punk musulmane, e alcuni lettori vi si ritrovano talmente che un giorno un ragazzo, al sentirsi dire dall’autore che erano tutte storie fittizie, ha replicato: “Ma io sono davvero Taqwacore, e lo sono sempre stato!”.

 

I protagonisti di Taqwacore trasgrediscono quei confini che si presentano ai musulmani. Come per ogni religione, non tutti i fedeli seguono lo schema classico e praticano la propria fede. Così non tutti i musulmani pregano o digiunano, alcuni bevono alcohol, fanno bagordi, hanno rapporti extra-coniugali… Tenendo conto di questo, Taqwacore significa anche avere il coraggio di condurre un’esistenza da musulmano che ha fallito nell’intento, ma che è rimasto onesto senza compromessi. Senza maschere a perpetuare falsi pretesti. Senza doppie morali e autoinganno. Senza avere paura di essere veri. In tal senso, il narratore del romanzo ha un ottimo consiglio per tutti i musulmani: “Se non preghi, non comportarti come se lo facessi. Non c’è bisogno che tu ti faccia venire un complesso sentendoti peggiore della maggior parte dei devotamente pii sparsi nel mondo. Sii il musulmano che ritieni d’essere. E dì al mondo che può anche andare all’inferno!”.


Claudia Avolio

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