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Tangeri e la “beat generation”

Di Juan Goytisolo. El País (05/07/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Nel suo eccellente saggio dal titolo “Librerie”, lo scrittore Jorge Carrión traccia la storia di quelle che funsero da fari culturali nel secolo scorso nei quattro angoli del mondo. Come ci si poteva aspettare, tra le sue pagine figura anche la Librairie des Colonnes di Tangeri, con il suo circolo di scrittori e artisti che la frequentarono all’epoca dello Statuto Internazionale e negli anni seguenti all’indipendenza del Marocco. Ricordo che la prima volta che ho messo piede nella città, sono rimasto a contemplare la sua vetrina piena dei migliori titoli della letteratura francese e inglese, ma anche di alcune opere in castigliano della casa editrice Ruedo Ibérico, la cui pubblicazione era proibita in Spagna.

L’attrazione per il proibito è un ingrediente essenziale del mito tangerino, creato prima dal cinema e poi dalla letteratura. Il ruolo chiave della città nel controllo della navigazione sullo Stretto negli anni della Seconda Guerra Mondiale la trasformò in un “nido di spie”. Gli agenti nazisti che soggiornavano all’hotel Rif con il beneplacito delle autorità franchiste lottavano con gli inglesi di Gibilterra: questo diede vita a una serie di film di spionaggio i cui titoli – “I misteri di Tangeri”, “Missione a Tangeri”, “Volo su Tangeri”, etc. – contemplavano i fantasmi creati dallo spazio immaginario della città.

Seguendo le tracce dei viaggiatori europei del 19° secolo, quei film orientalizzavano l’atmosfera tangerina come il celebre “Casablanca” di Michael Curtiz, interamente girato negli studi di Hollywood, però senza raggiungere il livello artistico dell'”Otello” di Orson Welles filmato a Essaouira, e nemmeno de “L’uomo che sapeva troppo” di Hitchcock ambientato a Marrakech. Nonostante la Tangeri di questi film aveva molto poco a che vedere con la realtà e si riduceva a una serie di stereotipi propri del cinema coloniale, essa contribuì alla leggenda che attrasse un buon numero di scrittori statunitensi negli anni ’50 e inizi ’60 che diventarono visitatori assidui della libreria in Rue de Pasteur.

La bibliografia della Tangeri cosmopolita è altrettanto estesa. Gli autori, tanto stranieri come marocchini, stabilirono una cartografia dei loro hotel e dei loro punti di incontro, dalla pensione e café Fuentes del Zoco Chico all’oggi scomparso hotel Cecil. Questi cronisti, specialmente Iain Finlayson nella sua “Tangeri, la città del sogno”, citano nelle loro pagine una notevole lista di artisti attratti dalla leggenda della sua permissività. Come direbbe William Burroughs, “Tangeri è uno dei pochi posti rimasti al mondo dove finché non commetti un furto, usi violenza o assumi apertamente un comportamento anti-sociale, puoi fare esattamente ciò che vuoi. È il santuario della Non-Interferenza”.

A causa delle leggi repressive che penalizzavano l’uso di droga e “le perversioni sessuali” nell’America Settentrionale puritana e conservatrice del post-guerra, lo Statuto Internazionale tangerino offriva la possibilità di una vita più libera e autentica anelata dai membri della beat generation – Allen, Ginsberg, Kerouac ed il suo amico Burroughs – e una pleiade di personalità del calibro di Francis Bacon, Truman Capote, Tennessee Williams e altre figure minori. Quando arrivai nel 1965, si erano ormai tutti eclissati, ma la loro presenza aleggiava ancora tra gli scaffali della Librairie des Colonnes.

Sebbene lo splendore della legenda tangerina degli anni ’50 sia svanito, il mito della città è rimasto ad alimentare un’ampia bibliografia, come quella prodotta da Rashid Tafersiti, suo cornista ufficiale. Coloro che vogliono riattizzare le sue braci, non hanno altro che consultare gli scaffali della Librairie des Colonnes, dove, trattandosi di Tangeri, Mohamed Choukri resta sempre la guida migliore.

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Roberta Papaleo

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