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Svolta nei negoziati sul nucleare iraniano

Di Laura Rozen. Al-Monitor (23/02/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Kerry Zarif IranL’incontro di basso profilo svoltosi in un hotel sul lungolago di Ginevra tra americani ed iraniani ha dato l’impressione di un punto di svolta dopo più di un anno di negoziati volti a raggiungere un accordo sul nucleare, che ha già richiesto due proroghe. Lo si evince non tanto dalla cautela tipica con cui si sono espressi i negoziatori, quanto dal loro linguaggio del corpo – segno di una fiducia crescente che un accordo politico sui principali elementi del trattato finale potrà essere raggiunto nelle prossime settimane.

Ai colloqui hanno partecipato non solo il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, ma anche, per la prima volta, il presidente dell’Organizzazione dell’Energia Atomica dell’Iran Ali Akbar Salehi, il segretario americano per l’Energia Ernest Moniz e, infine, il fratello del presidente iraniano Rohani, Hossein Fereydoun.

I negoziati hanno permesso alle due parti di “rifinire degli aspetti difficili in modo da lavorare ad una soluzione”, ha dichiarato un funzionario dell’amministrazione americana il 23 febbraio, definendo la discussione molto seria, utile e costruttiva. “Abbiamo fatto dei progressi, ma la strada è ancora lunga”.

“Abbiamo avuto dei colloqui seri, specialmente con gli americani negli ultimi tre giorni, ma manca ancora molto per raggiungere un accordo definitivo”, sono le parole del Ministro Zarif.

Passi avanti si sono registrati su una delle questioni più spinose in tutto l’arco dei negoziati: la dimensione della capacità iraniana di arricchimento. Per gli Stati Uniti occorrono limiti che assicurino un periodo di “pausa” minimo di un anno – il tempo che l’Iran teoricamente impiegherebbe a produrre abbastanza materiale fissile per un’arma atomica.

I negoziatori e gli esperti tecnici americani hanno discusso con gli omologhi iraniani varie formule riguardo al numero di centrifughe, alla dimensione delle scorte e ad altri fattori che permetterebbero di raggiungere la soglia di breakout in un anno, per un decennio o più. Se l’Iran non accetta di lavorare con una di queste formule, Washington non potrebbe accettare un accordo definitivo.

Le valutazioni dell’amministrazione americana sulle prospettive di raggiungere un accordo sul nucleare si sono alzate in seguito all’incontro tenutosi a Monaco dal 6 all’8 febbraio scorso, il che suggerisce che gli iraniani possono aver dato la loro disponibilità a lavorare con una delle formule avanzate dagli Stati Uniti.

Secondo fonti diplomatiche, l’Iran si è mostrato pronto a considerare l’invio in Russia di gran parte delle sue scorte di uranio arricchito al 3,5%, in modo da avere più centrifughe mantenendo al tempo stesso la soglia di breakout di un anno.

I negoziatori sono all’opera per cercare di raggiungere un accordo politico su tutti i principali elementi di un trattato onnicomprensivo sul nucleare iraniano entro la fine di marzo, per poi rifinire i dettagli tecnici entro il 30 giugno. Il Congresso ha minacciato di imporre nuove sanzioni economiche sull’Iran se non viene raggiunto un accordo quadro entro il 24 marzo.

“Sentiamo la pressione – ha detto il funzionario americano – ma non vuol dire che ci metterà fretta nel chiudere l’accordo. Sbarrare le quattro strade verso la fissione ed essere sicuri che l’Iran non acquisisca un’arma nucleare. Questo è l’obiettivo”.

Laura Rozen si occupa di politica estera da Washington per Al-Monitor Back Channel.

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Cristina Gulfi

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