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“Suq Senegal”: benvenuti a Little Dakar

Di Nina Kozlowski. Tel Quel (12/06/14). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Al centro di Casablanca, situato all’ingresso della vecchia medina, si trova un suq diverso dagli altri: il “Suq Senegal”: una Little Dakar dove si possono trovare tutti i prodotti dei paesi subsahariani. Nei vicoli stretti e spumeggianti, decine di bancarelle portano i colori del Senegal, del Camerun, della Guinea o ancora della Costa d’Avorio. L’odore di mafé, piatto originario del Mali a base di riso bianco e pasta di arachidi, si mischia a quello del Tiep Bou Dienn, l’equivalente senegalese del cuscus marocchino. Sono esposti prodotti di bellezza “specializzati per pelle nera”, extension per capelli di tutti i tipi, 100% senegalesi, secondo un commerciante, ma etichettati “made in Thailand”. Al sole, delle donne fanno friggere delle patatine di banana platano su fornellini a gas da campeggio. Nel frastuono si mescolano rai e vocoder di nuova generazione, segno dell’incontro tra Africa del Nord e Africa subsahariana.

Nessuno può dire con precisione da quando esiste il Suq Senegal, ma la sua apparizione coincide con l’aumento dei flussi migratori e il piano di sviluppo della città, lanciato alla fine del 2012 da Mohammed VI. “È da qualche anno che la medina è un luogo di incontro per i subsahariani. Già cinque anni fa tutti i senegalesi di Dakar sapevano che bisognava recarsi qui per trovare compatrioti e aiuto”, spiega Mariam, una parrucchiera abusiva che lavora all’ingresso di Bab Marrakech. “Alcuni di noi hanno iniziato come venditori ambulanti, poi coloro che avevano i mezzi hanno approfittato dei lavori di ristrutturazione del mercato per affittare delle baracche. I primi sono stati i senegalesi che sono la comunità più numerosa, poi tutti gli altri”. Per un negozio di appena 3 metri quadrati, l’affitto è di 2500-3000 dirham, un investimento considerevole per la maggioranza dei commercianti. Inoltre molti non hanno un contratto di locazione, in mancanza del permesso di soggiorno.

È il caso di Ibrahim, originario della Guinea, titolare di un master in biologia. Ha lasciato il suo paese perché non riusciva a trovare un lavoro: “Ho consapevolmente scelto il Marocco perché è un Paese musulmano e moderno. Però qui i miei studi non valgono quasi niente e ottenere un contratto è una missione impossibile. Ero stanco di girarmi i pollici, così ho pensato di lavorare nel suq”, afferma.

Damien, originario della Costa d’Avorio, era un ingegnere in una celebre compagnia petrolifera fino a quando è scoppiato un conflitto tra i pro-Gbagbo e i pro-Ouattara, tra il 2010 e il 2011. Aspettando il ritorno della calma, ha deciso di andare a farsi un giro in Marocco e si è specializzato nella vendita di cosmetici. Tra i prodotti più venduti ci sono la crema “perfect white” per sbiancare la pelle, il kit per lisciare i capelli e il sapone alla carota o al burro di karité. “Sono fiero di essere nero. Se potessi esserlo ancora di più per infastidire la gente, lo farei senza esitazione. Per le nostre donne invece, non è la stessa cosa. Sanno che gli uomini preferiscono la pelle più chiara”, confessa Damien.

Poi aggiunge: “Per quanto mi riguarda non è il massimo, ma non è nemmeno male. Ho da vivere e mi posso pagare un affitto. Mi fa bene lavorare qui. Incontro compatrioti, ritrovo gli odori e i suoni del mio Paese. È come se fossi a casa mia, o come se avessi un punto di riferimento e credo che questo sentimento sia condiviso da tutta la comunità subsahariana presente a Casablanca”.

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Roberta Papaleo

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