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Sudan: e se ci fosse un cavallo di Troia?

di Osman Mirghani  (Asharq al-Awsat – 12/01/2012). Traduzione di Claudia Avolio

Il Fronte Islamico Nazionale (FIN) guidato da Hassan al-Turabi, l’ex-membro del Fronte nonché attuale vice presidente sudanese Ali Osman Taha ed infine l’ex-generale ed attuale presidente del Paese Omar al-Bashir hanno tutti tradito la democrazia in Sudan e ottenuto il potere con un astuto ed ambiguo colpo di stato militare. E’ cosa risaputa e ben documentata, tanto che anche lo stesso FIN  e i membri del governo di “salvezza” ne prendono atto. Dunque per quale ragione oggi sentiamo parlarne come se un nuovo colpo di stato rappresentasse una novità per il Paese? Il motivo è uno solo: sono solo chiacchere. O per essere più precisi, pettegolezzi e speculazione. Un atteggiamento che giunge dopo che il regime sudanese, rappresentato dal capo dei servizi di sicurezza, ha accusato il Congresso del Partito Popolare (CPP) guidato da al-Turabi, di star pianificando il rovesciamento del governo. Tale accusa si baserebbe su documenti sequestrati a uno dei bracci destri di al-Turabi, Ibrahim al-Senoussi. Le opzioni riscontrate nei documenti sarebbero di un colpo di stato militare o di una sollevazione popolare. Finora il presunto complotto in questione è stato oggetto di discussioni e discorsi in pubblico da parte di al-Turabi, che non hanno tuttavia lasciato spazio ad una azione concreta.

Appare comprensibile leggere questa accusa nel contesto di un “duello verbale” tra al-Turabi e gli alleati d’un tempo che hanno ottenuto il potere nel 1989 proprio in seguito ad un colpo di stato. Forse questo punto è ciò a cui il discorso di Sadiq al-Mahdi, ex-primo ministro e attuale capo del Partito Nazionale della Umma (PNU), ha fatto riferimento lo scorso venerdì. Ma le sue parole sono state in parte fraintese dai media. Al-Mahdi aveva accennato al fatto che “ci è giunta voce che un partito politico sudanese stia architettando un colpo di stato”. Non c’è il benché minimo dubbio che le sue parole si riferissero al partito di al-Turabi. Nel suo discorso al-Mahdi ha anche messo in discussione l’accusa mossa al CPP, descrivendola come falsa, “non perché noi siamo a conoscenza delle intenzioni del partito, ma perché lo riteniamo un partito incapace di agire, che grida sempre ‘al lupo! al lupo!'”. Il discorso in Sudan al momento ruota attorno all’accusa mossa dal regime al CPP di star mettendo su un colpo di stato – proprio ciò che al-Mahdi ha definito come “falso”, guardando al trend portato avanti in passato da al-Turabi per il quale c’erano sempre minacce di colpi militari e rivolte popolari, che non si sono mai realizzati. E’ d’obbligo ricordare a questo punto che al-Turabi è stato arrestato circa sei volte da quando si è diviso dai suoi ex-alleati, in seguito a un voltafaccia da parte di questi ultimi avvenuto secondo al-Turabi circa undici anni fa.

Ogni volta che viene arrestato, al-Turabi e il suo partito vengono accusati di: colpo di stato imminente; cospirazione a danno della sicurezza nazionale; cooperazione con il Movimento di Giustizia ed Uguaglianza (MGU) guidato dai ribelli in Darfur; coinvolgimento in operazioni sovversive e complotti. Ad ogni modo al-Turabi viene poi puntualmente liberato e non segue mai un regolare processo, dando vita al ripetersi dello stesso copione poco tempo più in là. Il fraintendimento che ha fatto sorgere questa polemica è dovuto a passate affermazioni di al-Mahdi, nelle quali ha dichiarato che elementi del CPP lo avrebbero invitato a cooperare per rovesciare il governo “di salvezza”. Invito del resto da lui rifiutato.  Questo fraintendimento ha posto molta attenzione sull’accusa, in particolare dopo che al-Turabi ha scagliato il suo attacco più feroce su al-Mahdi, definendolo un bugiardo e mettendo in dubbio la sua testimonianza al governo. Al-Turabi in realtà si è spinto ancora oltre, citando come menzognere anche le accuse del governo, e dando una definizione ben precisa dei documenti rinvenuti dai servizi di sicurezza sudanesi. Li ha descritti infatti come niente più di mere note interne relative ad una discussione nel CPP riguardante le prospettive future del Sudan, che includono appunto colpi militari o sollevazioni popolari. Il regime sarebbe ricorso a un bluff di riconciliazione, o ad un colpo di stato interno da organizzare.

Il ricorrere ad un bluff di riconciliazione è argomento attuale e se ne può vedere un esempio nella proposta di un governo a larga maggioranza. Ma la popolazione sudanese non ritiene che il governo attuale possa muoversi nella sua direzione, o che rinunci alla semplice presa del potere. In ogni caso, il regime è ricorso più volte a metodi simili negli anni, nel tentativo di dividere le file dell’opposizione e dare l’impressione di dirigersi verso una maggiore apertura, dopo anni d’oppressione e tirannia. Riguardo allo scenario di un colpo di stato per mano interna, al-Turabi conosce bene i suoi ex-alleati e le loro capacità, in special modo perché ha architettato e messo a punto un colpo alla democrazia proprio insieme a loro. L’abilità del Fronte Nazionale Islamico (FNI) d’ingannare e pugnalare alle spalle è apparsa chiara a tutti sin dal colpo “di salvezza” ed il modo in cui ne ha orchestrato ogni più piccolo dettaglio. Molti ne sono oggi a conoscenza, e ce ne sarebbe da parlare così a lungo che lo spazio non è sufficiente. Citerò comunque un unico dettaglio ben conosciuto ai più: il FNI che ricorre al mascheramento e al camuffaggio per ottenere il potere. Mi riferisco al modo in cui il FNI ha fatto incarcerare i suoi leaders insieme ad altri politici incarcerati nelle prime ore del colpo di stato. Lo scopo finale era di proteggersi nel caso il colpo fallisse, e fare in modo che potesse tornare nell’arena politica coi partiti appena traditi, come se nulla fosse.

E così, Ali Osman Taha era rimasto fuori dalla prigione a monitare i dettagli del colpo e il trasferimento di potere, mentre al-Turabi e altri esponenti del FNI erano in prigione insieme a leaders politici d’altro colore. Questa mossa non era solo finalizzata a dissimulare il loro coinvolgimento nel colpo di stato, ma anche a tenere d’occhio gli altri prigionieri e scovare ogni tentativo o piano di riprendere il potere, cercando d’evitarlo. Il FNI ha mostrato d’essere davvero astuto ed ambiguo, così come nel periodo del governo “di salvezza” ha dato prova di essere disposto a tutto pur di restare aggrappato al potere. Allora la domanda che dobbiamo porci è: possiamo noi realmente escludere che non userà questa arguzia e doppia faccia per diffondere chiacchere di divisione tra le sue file e i suoi leaders, così da infiltrare il suo cavallo di Troia nell’opposizione? Soprattutto considerando il fatto che così sarebbe libero di diffondere voci di colpi di stato quando più gli pare e piace e tastare il polso dell’opposizione, prevenendone ogni possibile azione in tal senso.

 

Claudia Avolio

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