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Lo statico e il dinamico nelle elezioni in Iran

elezioni iran

Di Habib Fayyad. As-Safir (20/02/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone.

Al riparo dall’artificioso clamore mediatico, è doveroso riconoscere oggettivamente che i processi elettorali, in Iran, non sono mai sfociati in significativi cambiamenti alla scena interna o alla politica estera del Paese. Le elezioni nella Repubblica Islamica mirano, prima di ogni cosa, al consolidamento delle basi di uno Stato fondamentalmente non propenso al cambiamento; poi si pongono come obiettivo l’organizzazione e il lavoro ai programmi d’azione, sempre all’interno dello spazio concesso alle modifiche sotto l’egida del regime. La prova lampante è che i candidati all’attuale processo elettivo sono tra i sostenitori del regime, nonostante l’intensificarsi della concorrenza tra partiti e movimenti, e nonostante l’alternanza del potere tra conservatori, riformisti e centristi.

La Repubblica Islamica, con le sue già consolidate strategie generali, interne ed esterne, è estranea al risultato e alle conseguenze delle elezioni. Questa è la verità innegabile sulla base dei circa quaranta processi elettorali di cui il paese è stato testimone dal trionfo della rivoluzione del 1979. L’Iran è un modello unico che si fonda sull’insieme di elementi religiosi e civili e sulla ponderata combinazione di principi e interessi. Quello iraniano è un sistema di valori indipendente e autosufficiente, che non permette a valori estranei di penetrarvi.

L’Iran, come Stato, si compone di due dimensioni ben distinte: una è stabile, il Sistema; l’altra è dinamica e lascia adito a variabili, il Potere. Qualsiasi processo elettorale che abbia interessato l’Iran è stato, in riferimento alla dimensione stabile del Sistema, un mero referendum per testare il supporto popolare, mentre, in merito alla dimensione del Potere, una tappa obbligata attraverso cui passa la distribuzione delle forze partitiche e il grado di preferenza dei cittadini per esse. In terzo luogo, si tratta di una legittima concorrenza per l’assunzione del potere e, dunque, per l’attuazione delle agende elettorali in campo economico (Rafsanjani), culturale (Khatami), sociale (Ahmadinejad) e politico (Rohani), senza che esse intacchino le direzioni originali e strategiche.

Se, dunque, i conservatori occupassero posti di spicco in politica, questo non spingerebbe l’Iran verso un radicalismo estremo, così come una rinnovata vittoria dei riformisti non porterebbe il paese alla flessibilità e all’apertura. Apertura e radicalismo seguono le condizioni stabilite e oggettive che rispondono all’interesse di Stato e definiscono i suoi nemici, ben lungi dai programmi elettorali e dalle singole direzioni partitiche. L’accordo sul nucleare, per esempio, non è una conseguenza dell’arrivo del moderato Hassan Rohani al potere; al contrario, è una conseguenza della politica che ha scelto di perseguire l’amministrazione americana.

Le doppie elezioni in programma per il 26 febbraio non si discosteranno dal contesto elettivo generale stabilitosi dal trionfo della rivoluzione. Sembra che i risultati delle elezioni per l’Assemblea degli Esperti siano già stati decretati prima della vittoria nella maggior parte delle province. Allo stesso modo, le elezioni legislative porteranno alla vittoria di un’esigua maggioranza composta da un’alleanza di conservatori e fondamentalisti, al posto di una significativa minoranza, prodotto di un’alleanza tra le due correnti riformista e centrista, assente dalle campagne elettorali che fanno leva sulla minaccia esterna diretta, all’ombra dell’accordo sul nucleare con le grandi potenze e l’aumento delle sanzioni. Ci si aspetta che, nella prossima fase, l’Iran porti avanti una battaglia per aprirsi all’Occidente, la quale, secondo gli osservatori interni, non sarà meno impervia della battaglia che li vedeva contrapposti.

Habib Fayyad è un ricercatore e giornalista iraniano.

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Roberta Papaleo

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