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Una soap opera per dire no alle mutilazioni genitali femminili

Dal blog Egitto in movimento di Ludovica Brignola

Secondo un rapporto dell’Onu del giugno 2015, l’Egitto è il Paese che più di ogni altro al mondo pratica mutilazioni genitali femminili. Il 92% delle donne egiziane sposate di età compresa tra i 15 e i 49 anni è stata sottoposta a questa pratica, che ha le sue radici proprio nell’antico Egitto, da cui proviene il nome di “infibulazione faraonica”. La mutilazione, diffusa sia nella società musulmana sia in quella cristiana in Egitto, è diventata illegale nel 2007, in seguito alla morte di una bambina tredicenne durante l’operazione, ma alcuni medici continuano a praticarla ancora oggi, specialmente nelle zone rurali del Paese.

La scorsa settimana una squadra di ricerca dell’Università di Zurigo capeggiata da Sonja Vogt ha prodotto una soap opera contro le mutilazioni, che secondo un studio pubblicato su Nature sarà efficace dato che per la prima volta presenterà ad un pubblico africano la diversità di opinione presente nella società. “Il problema non è la religione”, scrive un professore egiziano, “ma è la mancata educazione tra i medici e gli infermieri. È una pratica talmente antica e radicata nella società che serviranno molti anni di informazione, campagne educative e lotte da parte del popolo per mutare la tradizione.

Un risultato era stato raggiunto nel 2007 quando Suzanne Mubarak, moglie dell’ex Presidente egiziano ora incarcerato, aveva lanciato una campagna dal nome No alla mutilazione femminile, denunciandola come un “esempio palese di continua violenza fisica e psicologica”. Da quel momento uno studio promosso dal Ministero della Salute egiziano aveva dimostrato una riduzione del fenomeno del 50% tra le giovani donne di età compresa tra i 10 e i 18 anni. Ma nonostante ciò il traguardo finale è ancora molto lontano.

Lo scorso mese il deputato Elhami Agina ha difeso l’infibulazione e ha dichiarato: “Per abbandonare la pratica in Egitto c’è bisogno di uomini forti sessualmente, ma nel Paese non ce ne sono”. Secondo gli studenti la questione si può affrontare con la sola educazione. “Il problema è che non c’è alcuna informazione pubblica sulla sessualità in Egitto, se non una lezione di anatomia in terza media. Il tema è un tabù e noi ragazzi otteniamo informazioni dai nostri amici più grandi e sposati”, racconta Mohammed, uno studente. “Ma c’è speranza. Dalla primavera araba in poi vedo che la gente comincia a parlare un po’ di tutto, grazie all’informazione che sta diventando sempre più globale”.

Ludovica Brignola

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