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Sistematiche discriminazioni da parte dello Stato egiziano

Di Sam Tawil. YourMiddleEast.com (30/10/14). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

Sono stato picchiato da parte di soldati due volte nella mia vita: la prima volta, “naturalmente”,  è stato un soldato israeliano, in un importante posto di blocco sulla strada di ritorno verso Gaza, nel 2011. Avevo portato dei fiori a mia mamma da Israele e i soldati non volevano lasciarmi andare con i fiori. Avevano deciso quel giorno che i fiori non erano permessi. Otto ore di umiliazione, una perquisizione, un fucile al petto e la minaccia di una detenzione indefinita per poi tornare da mia madre con i fiori. La pianta cresce ancora nel nostro giardino e mia mamma me ne manda una foto ogni giorno.

La seconda volta è stato un ufficiale egiziano mentre attraversavo i confini di Rafah, nel 2009. Avevo passato tre giorni dormendo su un pezzo di cartone con altre cento famiglie, sul lato egiziano della zona cuscinetto tra Israele e Egitto. La cerniera dei miei pantaloni si era rotta e i soldati egiziani si rifiutavano di farci prendere le valigie lasciate in un altro posto. Il quarto giorno ci arrivò la notizia che gli israeliani avrebbero permesso a 5 bus di entrare a Gaza. C’era abbastanza gente da riempire 30 bus, sarebbe stata una lotta salirci su. Alle 8.30 gli ufficiali egiziani aprirono i cancelli. Avevo un vantaggio sulle famiglie viaggiando da solo, ma avevo bisogno di una mano per tenere su i pantaloncini. Spingere due valigie una alla volta e lottare contro la folla per raggiungere i cancelli fu durissimo. Arrivai proprio quando stavano chiudendo i cancelli sui nostri corpi. Riuscii a mettere una valigia di traverso e mezzo corpo e mentre cercavo di spingere la seconda valigia, gli ufficiali cercarono di chiudere il cancello con il mio corpo in mezzo. Primo colpo, secondo colpo, terzo colpo e io rimanevo lì. Quella valigia aveva i regali, non l’avrei persa. Ma quando un ufficiale iniziò a picchiarmi con un bastone, fui costretto a prendere una decisione e a lasciarla andare. Una coppia di ragazzi rimasti nella folla sfortunata, assistendo all’incidente in mezzo al caos, identificarono la mia borsa e la gettarono al di sopra del cancello, verso di me. Ero stato fortunato. Ero tornato a casa salvo entrambe le volte.

Quando è scoppiata la rivoluzione egiziana ed è caduto il regime di Mubarak, ho sperato che l’umiliazione dei palestinesi da parte dell’Egitto sarebbe finita. Che Gaza non sarebbe più stata prigioniera dei suoi vicini brutali. Che gli egiziani avrebbero considerato i propri cittadini come noi – come esseri umani. Ancora oggi, Gaza deve pagare il suo prezzo. Il dittatore egiziano, supportato da un apparato di media propagandista, scarica i suoi fallimenti per non essere riuscito in nessuna delle proprie promesse di sicurezza, libertà politica e stabilità economica, sul popolo di Gaza. Loro sostengono che Gaza stia minacciando l’Egitto esportando il terrorismo nel Sinai. L’attuale campagna militare in Sinai sarà intensificata. L’accesso di Rafah sarà chiuso e ci sarà un progetto per la costruzione di un muro e un canale d’acqua per sigillare 13 km di confine con Gaza. E ancora più importante, è stato dato un ultimatum a centinaia di famiglie egiziane che vivono all’interno dei 500 metri dal confine: devono lasciare le loro case per creare una zona cuscinetto. Gli egiziani si rifiutano di ammettere che la violenza e il terrorismo ha a che fare con le loro politiche fallite, razziste e inumane contro i residenti della penisola – preferiscono scaricare la colpa su una piccola striscia assediata di poveri rifugiati.

I beduini egiziani nel Sinai non hanno diritti di proprietà sulla terra, così come non hanno scuole, servizi sanitari o opportunità di lavoro. Sono stati discriminati dallo Stato egiziano per decenni e ciò ha fatto sì che molte delle maggiori tribù hanno iniziato numerose attività illecite. Gli abitanti di Gaza sono da tempo abituati a guerre e assedi, per questo sono sicuro che sopravvivremo sotto qualche forma di dignità. Ma il mio pensiero va a quelle famiglie in Sinai che saranno testimoni degli orrori del proprio esercito nei giorni a venire e nessuno potrà segnalarli o preoccuparsene.

Sam Tawil, pseudonimo di sicurezza di un palestinese di Gaza, attualmente sta lavorando in un’importante organizzazione internazionale per i diritti umani.

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Alessandra Cimarosti

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