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Siria: zone di sicurezza o campi di detenzione?

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Pro e contro della creazione di zone di sicurezza per i rifugiati in Siria

Di Abdelrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (07/05/2017). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Meglio non affrettarsi a giudicare l’idea delle zone di sicurezza in Siria: non è del tutto malvagia, ma come qualcuno ha commentato, “il diavolo è nei dettagli”.

Quando, qualche anno fa, venne proposta l’idea di creare delle zone per permettere ai civili di salvarsi dalla guerra, fu subito respinta dal regime siriano, dall’Iran e dalla Russia. Anche l’ex presidente americano si schierò contro, definendole “non pratiche”.

In seguito, le tre potenze – il regime Assad, l’Iran e la Russia – hanno continuato sulla linea della distruzione, facendo aumentare anche il numero di sfollati e rifugiati tra la popolazione e di conseguenza trasferendo il problema al di fuori della Siria. Un numero che di fatto ha superato le stime di qualsiasi altra guerra al mondo.

L’Europa ha fatto pressioni affinché si creassero dei campi profughi all’interno della Siria, ma la Russia ha scartato l’idea. Gli alleati di Assad consideravano il concetto delle zone di sicurezza come una mossa politica per creare dei cantoni indipendenti nel Paese. La guerra aveva paura dei rifugiati.

Il regime ha continuato a bombardare diverse aree con l’intento di mettere in fuga in massa milioni di cittadini. Solo una minima percentuale della popolazione originaria di Aleppo, la più grande città della Siria, è rimasta.

Con il suo arrivo, il presidente Trump ha operato un cambio nella politica americana nei confronti del conflitto siriano. La nuova amministrazione ha punito Assad e i suoi alleati bombardando l’aeroporto di Shuryat, annunciando così la sua nuova linea. Washington ha anche chiesto la creazione di zone sicure sulla mappa.

Vero è che l’idea è vecchia, suggerita anni fa, ma la cosa sorprendente è che è stata subito adottata in meno di una settimana! Stavolta, la mossa è stata approvata dalle parti interessate: USA, Russia, Turchia, Paesi del Golfo e Giordania, ma ancora fortemente respinta da Iran e dal regime Assad.

Tenendo in considerazione i dettagli preoccupanti, il piano ha anche dei lati positivi. Creare tali zone significa, in primis, che il destino della popolazione non è più alla mercé di Damasco, di Teheran e di Mosca. Significa, inoltre, che Giordania, Turchia, Libano ed Europa smetteranno di importare rifugiati.

Per i civili, mettere in sicurezza i rifugiati significa anche mettere fine al tentativo iraniano, sostenuto da Assad, di cambiare la demografia del Paese, di assicurarsi il controllo su aree strategiche e costruire un passaggio geografico che colleghi l’Iran alle sue nuove colonie: l’Iraq, la Siria e il Libano.

Infine, darà all’opposizione civile siriana l’opportunità di operare politicamente direttamente sul campo per la prima volta.

Nonostante tutto ciò, i rifugiati corrono comunque dei rischi. Il piano divide la mappa della Siria su base politica. Concede agli Stati Uniti le regioni che sono importanti per la propria sicurezza, cioè quelle vicino alla Giordania, a Israele e al Kurdistan. Inoltre, garantisce alla Russia alcune aree adiacenti al Libano e altre occupate da minoranze dove sono presenti basi russe. Quanto alla Turchia, le sono state assegnate le zone ad essa limitrofe.

Un altro dei possibili rischi è l’infiltrarsi di gruppi terroristi all’interno di queste aree e il reclutamento di civili tra le loro fila, il che ne farebbe una causa internazionale.

In conclusione, senza una soluzione politica o una decisiva vittoria militare, queste zone assomiglierebbero a dei campi di detenzione per milioni di persone.

Abdulrahman al-Rashed è ex caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat e ex direttore generale di Al-Arabiya.

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