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Siria, storie di una generazione in attesa

Di Lauren E. Bohn. The Atlantic (04/09/2014). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

In copertina la giovane siriana Asma, 13 anni, fotografata da Shawn Baldwin per l’UNHCR

Nel mezzo di uno dei più gravi disastri umanitari della Storia moderna, che ha trasformato le persone in numeri, incontriamo la generazione della Siria in attesa: in attesa di normalità, di una luce verde, di un qualunque barlume acceso. Non sono una generazione perduta: sanno dove si trovano. Ma non possono tornare a casa. In luglio ho parlato con alcuni di loro in Libano, nella Valle della Bekaa.

Mostafa (Homs)

Trascorrere del tempo coi bambini è stato come una terapia per Mostafa, esponendolo a un mondo al di fuori della sua insopportabile perdita personale: sua madre e suo fratello rimasti uccisi da una granata in Siria, lui e suo padre sopravvissuti. “Questa è la mia gente,” dice entrando in una stanza con giovani rifugiati siriani che vibrano d’energia ancora prima che Mostafa prenda in mano il suo tamburo. “Quando li guardo negli occhi, vedo il mio dolore,” dice prendendo per la mano un bambino di 5 anni che l’anno scorso in Siria ha perso suo padre, e aggiunge: “Ma vedo anche il mio Paese”.

Bayan e Rawan, sorelle (Aleppo)

Bayan ricorda il grigio mattino in cui lei e la sua famiglia sono riusciti a lasciare Aleppo con alcuni vestiti, dei libri ed un vecchio Corano. L’esercito siriano li ha bloccati per due ore ad un checkpoint confiscando tutti i loro bagagli. Il volto di Bayan si scioglie in lacrime quando ricorda come i soldati hanno preso i suoi libri di scuola: “Erano solo libri,” dice, “Sono solo una studentessa”.

Rawan corre a prendere il suo diario. Sulla prima pagina ha appuntato i versi di una canzone che dice di aver ascoltato molto tempo fa, ma di aver capito solo ora: “Vivere nel dolore dell’alienazione che nessuno conosce finché non la vive”.

Manal (Damasco)

Manal dice di aver deciso che fosse giunto il tempo di scostare “la nuvola nera che ho sempre avuto sugli occhi”. Mesi fa ha rivelato a sua madre e a una psicologa che per gran parte della sua infanzia dei parenti l’hanno violentata. Il suo sogno ora è di scrivere un libro sulla sua esperienza e dare consigli ad altre donne. “Voglio essere un ponte di speranza teso su un mare di disperazione,” dicono i versi che lei stessa ha scritto nei suoi diari, “Voglio aiutare altre donne che hanno sperimentato lo stesso orrore”.

Leggendo gli scritti di Gandhi e Mandela, Manal ha imparato che tutti posseggono una forza interiore e che la vita consiste in fondo nel condividere quella forza. “Ho imparato che nessuna situazione è permanente, l’abuso sessuale, perfino la guerra, nulla di ciò dura per sempre,” dice, “Dopo ogni oscurità c’è un sole, ma perfino nell’oscurità c’è una luna e a volte anche stelle”.

Hani (Homs)

In Siria Hani era uno studente modello, lo chiamavano “il robot” per la velocità con cui rispondeva alle domande fatte in classe. Ha vinto concorsi di scrittura e gare di scacchi e suonava in una band chiamata The Dreamers. Ora è una specie di “rockstar”, nel senso che le ong sanno di potersi rivolgere a lui grazie al suo inglese imparato da autodidatta con la lettura di Paulo Coehlo e Dan Brown – nonostante soffra di un difetto congenito alla cornea e alla luce del sole non riesca a tenere gli occhi bene aperti – e al suo carisma. “Non è per l’attenzione che ricevo, è che è una buona cosa ricordare alla gente che io sono qui, esisto ancora. Sogno ancora”. “Ho così tanta energia, così tanta vita,” continua, “So di essere una stella, anche se la mia luce al momento è cupa, sono ancora nel cielo”.

Mohammed e Hanaa, sposi novelli (Raqqa)

Mohammed e Hanaa sono arrivati in Libano un anno fa da Raqqa, ora roccaforte dell’ISIS. “Hanno rubato il nostro Paese,” dice Hanaa, “Ma nessuna delle parti sta pensando al popolo siriano, perciò nessuno di loro potrà tenere per sé ciò che ne rimane”. Mohammed stava studiando scienze sociali ad Aleppo, dove avrebbe dovuto iniziare il suo dottorato. Hanaa stava studiando scienze umanistiche all’Università di Raqqa e voleva diventare insegnante di Storia: “Voglio insegnare ai giovani quanto sia ricco il passato della Siria, il presente è così brutto ma il passato… Il passato possiede una bellezza”. La coppia sogna di aprire una scuola informale nel loro accampamento, ma per ora tentano – spesso invano – di trovare un lavoro che mantenga la loro famiglia e consenta loro in futuro qualcosa di meglio.

Asma (Idlib)

Asma è sempre stata tra gli studenti più bravi. A Idlib i suoi zii e cugini erano ingegneri e dottori: molti di loro sono morti nei combattimenti. “Se continuo i miei studi, posso trovare un modo per aiutare a ricostruire il mio Paese,” dice, “Ecco perché resto alzata fino a tardi, per esercitarmi nella scrittura, per fare esercizio su tutto”. In un recente compito a casa, l’insegnante le ha chiesto di scrivere di un film o un amico. Invece lei ha scritto dell’unica cosa che conosca davvero: la sua casa su una collina in Siria, circondata da fiori bianchi ed alti alberi.

“La nostra casa in Siria è un castello abbandonato,” mormora recitando a memoria quanto ha scritto nel compito, “Vi abbiamo vissuto come re. Ora siamo abbandonati ed umiliati. Non abbiamo corone, ma i nostri cuori le indossano ancora”.

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Claudia Avolio

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