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Siria: risorgeremo dalla distruzione

Sami Moubayed. Middle East Eye (21/05/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

La città vecchia di Damasco, a ridosso della Grande Moschea degli Omayyadi, un tempo frequentata da frotte di turisti e dall’élite culturale mediorientale, ora è ridotta a poco più di un cumulo di rovine. L’elettricità manca per gran parte della giornata e il rumore dei generatori soverchia qualsiasi altro barlume di vita, compresa la chiamata alla preghiera. Sopravvivono solo pochi negozi di antiquariato, che espongono in vendita molti dei reperti trafugati da Baghdad durante l’invasione internazionale a guida USA del 2003. Ma di clienti non ce ne sono quasi più, anche perché molti cittadini di Damasco sono fuggiti dalla guerra e dalla paura dei cartelli del jihad di al-Nusra, affiliati ad al-Qaeda, e di Daesh (ISIS).

Tra i molti interrogativi sulla Siria (come l’Iraq), c’è il destino dei tesori del passato una volta finita la guerra. Probabilmente molti verranno comprati a Vienna, Parigi, Istanbul o Beirut, e alcuni sono già in vendita. Come gli schizzi originali di Khaled al-Asali, ideatore dell’emblema della Repubblica Siriana nel 1932, venduti ultimamente a 10 dollari ciascuno. Persino le case sono state saccheggiate di mobili, argenteria, oggetti di vario genere, esposti in un mercato chiamato ironicamente mercato dei ladri. Intanto i veri tesori si trovano al sicuro, in qualche caveau di Damasco, mentre il mondo due giorni fa ha osservato con il fiato sospeso la caduta dell’antica Palmira, patrimonio dell’UNESCO, nelle mani di Daesh. Fondata nel secondo millennio a.C., nominata nell’Antico Testamento e punto strategico delle rotte carovaniere sulla Via della Seta, i suoi templi sono dedicati a divinità aramee, babilonesi e mesopotamiche. Straordinaria stratificazione culturale.

Tra gruppi tribali e cartelli del jihad, antichi siti e memoria sono stati sempre in pericolo, soprattutto negli ultimi decenni. A marzo 2001, ad esempio i talebani distrussero le antiche statue del Buddha a Bamiyan, in Afghanistan. Così lo scorso febbraio i cartelli del jihad in Iraq hanno diffuso un video in cui alcuni miliziani frantumavano fieramente le statue assire e accadiche del museo di Mosul. Perciò il museo di Palmira è stato evacuato, ma le colonne, l’acquedotto romano, il teatro e le necropoli non sono al sicuro. Prima della guerra in Siria non si curava particolarmente l’archiviazione, quindi diverse opere d’arte erano finite in mano ai contrabbandieri. Ad esempio i verbali del parlamento degli anni 1919-2005, portati fuori Damasco, risultano irreperibili. Scomparsi anche lo scrittoio del fondatore della Repubblica Siriana Fares al-Khoury e le registrazioni delle sedute parlamentari degli anni ’40 e ’50. Il museo dei documenti storici di Damasco inoltre è stato abbandonato di recente, dopo che già da decenni varie stanze dell’edificio erano state affittate ad agenzie governative. A rischio anche la biblioteca dell’audiovisivo, da cui anni fa erano state state portate via le storiche pellicole in bianco e nero, accatastate in luoghi inadatti nelle campagne fuori la capitale e infine andate distrutte durante gli scontri di Sbeineh.

Damasco nella storia si è risollevata a più riprese dalle sue ceneri, nel 1260, nel 1401, nel 1831. I francesi l’hanno bombardata nel 1925 e nel 1945, quando la città vecchia e il Parlamento sono state gravemente danneggiate. Più di 150 antiche abitazioni sono state abbattute, insieme a palazzi governativi e mercati tradizionali. Anche Palmira, sbaragliata nel 273 dai romani, è stata in parte distrutta durante gli scontri tra gli eserciti europei nel 1941. Nulla dura in eterno. Una regola su cui i Siriani potrebbero giurare. Finiscono le rovine dunque, ma, si spera, finirà anche la guerra.

Sami Moubayed è uno storico siriano, autore di Syria and the USA (2012).

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Carlotta Caldonazzo

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