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Siria: le complesse implicazioni politiche della battaglia di Al-Bab

Bandiera siriana
Finché Erdogan non deciderà di buttarsi tra le braccia di Mosca, tutte le opzioni sono ancora sul tavolo

Di Sami Moubayed. The Arab Weekly (19/02/2017). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Per decenni, molti siriani non hanno quasi mai sentito parlare di Al-Bab, villaggio arabo a prevalenza sunnita a 40 km a nord-est di Aleppo. Nessun capo di Stato l’aveva mai visitata dalla caduta dell’Impero Ottomano, dopo la Prima Guerra Mondiale. Gli storiografi raccontano come la città venne presa ai Romani dal secondo califfo musulmano Omar ibn al-Khattab nel VII sec. e di come sia importante per gli sciiti in quanto ospita la tomba del fratello del quarto califfo, Ali ibn Abi Talib, genero del Profeta.

Ma oggi, Al-Bab è solo un obiettivo strategico per le potenze immischiate nel labirinto della guerra siriana, al centro degli intrighi politici che hanno a lungo dettato il corso del conflitto che ormai dura da quasi sei anni.

Nel 2013, a due anni dall’inizio della guerra, Al-Bab fu invasa da Daesh (ISIS). Dal novembre 2016, l’esercito turco è avanzato gradualmente verso la città con lo scopo dichiarato di liberarla dai miliziani del sedicente Stato Islamico. Lo scorso 11 febbraio, un portavoce del governo turco ha detto che l’esercito si sarebbe fermato una volta ripresa Al-Bab e che non aveva alcuna intenzione di proseguire verso Raqqa, la “capitale” siriana di Daesh. Ma il presidente turco Erdogan ha immediatamente smentito la dichiarazione, ribattendo: “Ci deve essere un malinteso: non ci fermeremo ad Al-Bab. Dopo sarà la volta di Manbij e Raqqa”.

Anche Manbij, a ovest del fiume Eufrate, era sotto il controllo di Daesh, fino a quando le milizie curde non l’hanno liberata lo scorso agosto. Edorgan spera di espellerle e includere la città nella sua ambiziosa zona di sicurezza in Siria.

Quando l’esercito turco ha lanciato l’operazione “Scudo dell’Eufrate”, il 24 agosto 2016, ha iniziato dalla città frontaliera di Jarabulus, scacciando i miliziani di Daesh. L’operazione aveva 3 obiettivi dichiarati: il primo, era evitare il crearsi di un collegamento tra i cantoni curdi di Afrin e Kobane, che avrebbe dato vita a un Kurdistan siriano; il secondo, era quello di liberare 5.000 km² di territorio dal controllo di Daesh; il terzo, era creare una zona sicura per trasferire i 2,5 milioni di rifugiati siriani che vivono in Turchia dal 2011. Oltre ad Al-Bab, la zona di sicurezza includerebbe Manbij, Azaz e Raqqa.

A prima vista, le operazioni turche sembravano perfettamente coordinate con Mosca, la quale non ha fatto o detto nulla per scoraggiare l’avanzata delle forze di Ankara. Tuttavia, se la Russia approva il progetto turco, perché anche il governo siriano sta avanzando verso Al-Bab? Si tratta di una manovra diversiva in vista di un attacco a sorpresa altrove, magari su Raqqa? Oppure è un segno delle divergenze tra Russia e Turchia su chi controlla cosa nella Siria settentrionale?

Da parte sua, il neo-presidente americano Trump ha più volte espresso l’intenzione di stabilire una no-fly zone in Siria per tamponare il flusso di rifugiati, parole che suonano come musica alle orecchie di Erdogan. Realizzare questa zona di sicurezza sarebbe molto costoso e richiederebbe l’impiego di forze terrestri e aree. Sebbene gli americani non vogliono lasciarsi coinvolgere in tale impresa, i turchi si offrirebbero volentieri.

Il 9 febbraio scorso, però, aerei da guerra russi hanno bombardato una postazione turca ad Al-Bab, provocando la morte di 4 soldati. L’esercito turco ha dichiarato che si è trattato di un “incidente”, ma Mosca non ha porto le sue scuse ufficiali, al contrario di Erdogan dopo l’abbattimento del jet turco nel novembre 2015. I russi hanno invece incolpato i turchi dell’incidente, dichiarando che avevano fornito le coordinate errate.

Un giorno e mezzo dopo “l’incidente”, Erdogan ha parlato al telefono con trump per 45 minuti, cercando il suo sostegno per avanzare verso Raqqa prima che città venga invasa dalle Forze Democratiche Siriane (milizia a guida turca appoggiata dagli USA) o dall’esercito siriano regolare. Erdogan impedirebbe volentieri alle forze curde di aggiudicarsi l’onore della liberazione di Raqqa, considerata il trofeo della guerra contro Daesh.

Tuttavia, Trump non smetterà di appoggiare i curdi siriani, i quali, all’inizio di febbraio, hanno richiesto all’esercito statunitense armi anticarro, rilevatori di mine e altri equipaggiamenti per aiutarli a completare la loro avanzata su Raqqa. Probabilmente, la cosa dà i brividi a Erdogan, che sta disperatamente cercando di convincere il presidente USA ad abbandonare il progetto. Un progetto, tra l’altro, che andrebbe a toccare un nervo scoperto per i russi, che vogliono che Trump capisca che è Mosca ad avere il controllo in Siria, e non Washington.

Sami Moubayed è un giornalista siriano, fondatore del progetto online The Damascus History Foundation.

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