Politica Zoom

Siria: intervista a Ferhad Ahma, membro del Consiglio Nazionale Siriano

di Kersten Knipp (Qantara.de 26/03/2012) – Traduzione di Claudia Avolio

 

Ferhad Ahma, un membro del Consiglio Nazionale Siriano residente in Germania, ha detto a Kersten Knipp che nonostante le atrocità ci sono ancora aspetti positivi riguardo la situazione del Paese.

 

I siriani hanno continuato a manifestare contro il regime del presidente Bashar al-Assad per più di un anno. C’è stata una incredibile escalation di violenza e spargimento di sangue. Volendo fare il punto della situazione, per Lei c’è qualcosa di positivo?

 

Sì, c’è. Anzitutto la rivoluzione continua a dispetto della violenta reazione del regime. Giorno dopo giorno, ci sono quasi 600 diverse azioni di protesta attraverso la Siria. La gente non sta solo manifestando ad Homs, Idlib o in altri punti caldi: lo sta facendo in tutto il Paese. In migliaia scendono in strada ogni giorno, e il loro numero è in aumento. Partecipano anche ad altre forme di protesta come gli scioperi e le marce. Tutto ciò mostra come la popolazione siriana sia determinata a realizzare un cambiamento democratico dopo 50 anni di dittatura. E sono disposti a pagarne il caro prezzo.

 

Direbbe che stiamo assistendo allo sviluppo di consapevolezza tra le linee di una società civile?

 

E con ogni mezzo! Gruppi di coordinamento stanno organizzando proteste pacifiche nel Paese, accanto alle attività del Libero Esercito Siriano. In molte zone questi gruppi si sono già fatti carico di compiti sociali ed amministrativi, di cui di norma sarebbe responsabile lo Stato. Ma lo Stato ora come ora ha completamente abbandonato alcune regioni. Ci sono aree che non hanno più istituzioni statali, perciò i gruppi di coordinamento si sono messi in spalla una serie di compiti: dall’insegnamento improvvisato per i bambini alla rimozione dei rifiuti. Inoltre stanno cercando di mitigare i conflitti che continuano a scoppiare in tale situazione dai nervi tesi. Provano a risolvere i problemi parlandone. Sento che è un segnale incoraggiante dal momento che mostra come – anche dopo lunghi anni sotto una tirannia – la gente è nella posizione di poter prendere il proprio destino nelle sue mani e assumersi la responsabilità per le proprie comunità.

 

Come mai lo Stato ha abbandonato alcune aree del Paese?

 

E’ un gioco di potere. Fondamentalmente, è una specie di punizione collettiva. Di certo lo Stato è ancora nella posizione di poter affermarsi per via militare. Potrebbe anche continuare a compiere i suoi doveri civili, ma si sta rifiutando. Il risultato è che in alcune regioni la gente non ha elettricità anche per 18 ore, oppure riceve acqua potabile una volta ogni quattro giorni. Tutto ciò accade sulla base di ordini da Damasco ed è studiato per scoraggiare la gente a scendere in strada e protestare. Quando i cittadini si lamentano, le autorità rispondono: “Questa è la libertà che avete voluto”. Se hanno voluto la libertà, devono vivere con le conseguenze, e l’interruzione di acqua ed elettricità ne fa parte.

 

C’è stata molta speculazione sul ruolo delle minoranze e la loro attitudine verso Assad. Come considera l’orientamento delle minoranze politiche?

 

Come siriano di origini curde, anch’io appartengo a una minoranza. Ce ne sono molte in Siria. In generale, devo dire che la maggior parte dei siriani vuole un cambiamento democratico a prescindere dalla loro appartenenza etnica o religiosa. Allo stesso tempo, le minoranze sono categoriche sul voler vedere i loro diritti chiaramente definiti in una Siria futura. A tal riguardo, le minoranze sono giustamente preoccupate. Vedono che in Paesi vicini come l’Iraq e la Turchia il modo in cui ci si occupa delle minoranze è tutt’altro che ideale.

 

Ma Lei è ottimista riguardo al futuro?

 

Sì. Io credo che noi, in quanto opposizione siriana, siamo in cammino verso il consenso generale. Ci sono state negoziazioni con rappresentanti di minoranze. Una delle questioni è fissare i loro diritti nella Costituzione e non solo in semplici leggi. E’ la Costituzione che garantirà i loro diritti in futuro.

 

Alcuni Paesi arabi, e tra tutti l’Arabia Saudita, chiedono che si armi il Libero Esercito Siriano. Qual è la sua posizione?

 

Seguendo la missione di Kofi Annan, il regime di Damasco non ha inviato alcun segnale che indicasse il suo interesse per una soluzione politica. Annan non ha ancora ammesso un fallimento, ma le sue osservazioni più recenti mostrano che non è contento di come Damasco ha risposto. Al momento, sta aspettando ulteriori reazioni. Ma ciò sta forzando l’opposizione siriana a scegliere un’altra opzione: una militarizzazione del conflitto. E sorgono delle domande: vogliamo un intervento militare internazionale? Oppure i siriani dovrebbero affrontare la questione in prima persona? Non dobbiamo dimenticare che i cittadini sono deboli e possono solo contare sul Libero Esercito Siriano. Ma la gente nelle regioni della crisi, come Homs ed Idlib, sta gridando per una soluzione militare. Ciò è qualcosa che l’opposizione siriana non può ignorare. Non ci si può concentrare su una soluzione pacifica o politica se si ha a che fare con un regime che rifiuta ogni singola proposta.

 

Questo cosa significa?

 

Il Consiglio Nazionale Siriano ha deciso di attendere i risultati finali della missione di Kofi Annan. Se la missione dovesse fallire, l’opposizione siriana esorterà ad armare il Libero Esercito Siriano e cercherà di assicurarsi che venga anche implementato. Ciò aiuterebbe a proteggere la popolazione civile. Al momento questa è la nostra posizione.

 

Come reagirebbe se Assad desse segno di essere pronto a fare concessioni?

 

Fondamentalmente, siamo sospettosi. Vogliamo vedere passi chiari ed il primo sarebbe: Assad si dimette e lascia il potere al suo vice o a qualcun altro di cui l’opposizione si fidi. Questa sarebbe la base per un nuovo processo politico e risparmierebbe al Paese altre atrocità.


Claudia Avolio

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