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Il crollo dell’industria farmaceutica siriana

pillole piccoleDi Lysandra Ohrstrom. Daily Star Lebanon (02/07/2013). Centinaia di attività sono state annientate nel corso del conflitto siriano ma nessuno tra questi collassi ha avuto ripercussioni immediate sulla salute pubblica nel paese quanto quello delle industrie farmaceutiche.

Alla fine degli anni ’80, il settore farmaceutico siriano era composto da due impianti di proprietà dello Stato la cui produzione combinata rappresentava il 6% dei bisogni del paese. La spesa annuale per l’importazione di medicine era mediamente di 700 milioni di dollari.

Nel 2010, sulla scia di una liberalizzazione guidata dal governo agli inizi degli anni ’90, la Siria vantava 70 impianti privati che producevano principalmente medicinali generici a basso costo e davano lavoro a 17000 persone- 85% delle quali erano donne-secondo un sondaggio condotto dal Ministero della Salute siriano e dall’OMS nel 2011. Si parlava di un mercato di 620 milioni di dollari, dei quali più di 400 impiegati nel mercato locale e 91% per il fabbisogno farmaceutico nazionale. La percentuale rimanente di prodotti, che costavano dai 30 ai 70% in meno rispetto a quelli che si trovavano in paesi limitrofi, veniva esportata a circa 52 paesi, il che elevava la Siria al titolo di più grande fornitore di medicinali della regione.

Concentrata ad Aleppo, l’industria ha subito un tracollo durante i combattimenti. Almeno 25 impianti farmaceutici sono stati demoliti od occupati dai miliziani e la maggior parte dei restanti sono stati obbligati a sospendere la produzione a causa dei costi saliti alle stelle: le difficoltà di trasporto, la distribuzione, le spedizioni in giro per il paese, l’impossibilità di accedere alle materie prime sono stati i problemi principali, secondo quanto riportato da un rappresentante di un’ONG che ha desiderato conservare l’anonimato. Una manciata di fabbriche hanno continuato a funzionare sporadicamente producendo 1/3 di quella che era la loro capacità pre-crisi, ma la produzione farmaceutica complessiva è crollata del 75% dal 2010, secondo  il Piano di  risposta ed Assistenza Umanitaria per la Siria preparato dalle Nazioni Unite a giugno.

La domanda di farmaci è aumentata nello stesso periodo e come risultato il paese ha vissuto una grave carenza di prodotti farmaceutici dal 2012 in poi, come sottolineato dal rapporto SHARP. Il trattamento di malattie croniche è stato tragicamente interrotto e i vaccini sono passati da 95% nel 2010 al 45% nel 2013. I prodotti farmaceutici che un tempo venivano fabbricati in Siria a prezzi modici-come l’insulina, gli anestetici, i sieri e i liquidi intravenosi- ora non sono più disponibili.

Un operatore umanitario ha riferito che il governo ha parlato con paesi quali l’Iran e Cuba per un’eventuale importazione di prodotti ma anche nel caso in cui le difficoltà di transito fossero superate, rimarrebbe il problema del crollo delle spese del governo per la sanità e il potere d’acquisto della popolazione. “Anche per un paese ricco, avere a che fare con 500.000 feriti diventa una missione impossibile”, continua l’operatore.  “Vicino ad Homs hanno incominciato a spuntare venditori di medicine tradizionali locali perché sono le uniche disponibili”.

I managers o i proprietari delle fabbriche farmaceutiche affermano che sono 10 o 15 gli impianti che hanno continuato la loro attività in questo periodo in tutta la Siria. A Damasco solo 3 sono a pieno regime.

Prima della crisi i fabbricanti di medicinali potevano fare affidamento sulle materie prime importate nel porto di Latakia o per via aerea dall’Europa, Australia e Gran Bretagna. Uno dei proprietari di un’azienda farmaceutica afferma che attualmente assicura il suo rifornimento di materie prime tramite il Libano ma le difficoltà sono numerosissime, non ultima la decisione del Ministero della Salute libanese di cancellare le spedizioni. Anche una volta ottenute le materie prime, questo fabbricante è obbligato a vendere i prodotti a ¼ del loro valore di mercato perché si deve attenere ai prezzi fissati dal Ministero siriano per la Salute che non sono stati modificati dai tempi in cui il tasso era di circa 48 lire per dollaro. Dato che la vendita locale non causa che perdite economiche, questi produttori tentano di mantenere viva l’esportazione perché le vendite possono esser fatte in dollari.

All’inizio di questo mese il governo ha annunciato che  avrebbe ripreso a finanziare l’importazione di materie prime dopo che il programma era stato sospeso a maggio.  I produttori stanno cercando di fare pressione sul Primo Ministro e sul Ministro della Salute perché facciano in modo che venga aumentato il prezzo di vendita dei prodotti.

Spesso chi vede “Siria” sull’assegno di trasferimento di soldi per comprare materie prima rifiuta il trasferimento. “L’unico modo per cambiare questa situazione, afferma uno dei proprietari di un’azienda farmaceutica, sarebbe quello di far circolare un comunicato secondo il quale, per ragioni umanitarie, le banche e le compagnie siano obbligate ad accettare i trasferimenti da e per la Siria”.

Si rimane in attesa che il Primo Ministro prenda disposizioni e permetta ai venditori di ricaricare i prezzi almeno delle medicine essenziali.

Alla domanda: “Continuerete ad essere in perdita anche dopo una rivalutazione dei prezzi?” il manager di una delle tre fabbriche ancora operative sul territorio damasceno risponde: “In questo momento non stiamo lavorando per il profitto”.

Chiara Cartia

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