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Siria: fatti e linee rosse

Di Abdullah Al-Otaibi. Asharq al-Awsat (29/08/2012). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Anoniello.

Tra le scene di sangue, il supporto illimitato che il regime di Bashar Al-Assad riceve da Russia, Cina e Iran, e gli inutili tentativi occidentali da una parte di trovare dei mezzi di salvezza e dall’altra di proteggere il popolo siriano, vanno rimarcati una serie di fatti.

Primo: la rivoluzione siriana è iniziata come un movimento pacifico influenzato dalla cosiddetta Primavera araba. Eppure questa rivoluzione è un caso speciale perché alimentata dalla sanguinaria storia di un regime tirannico che non ha rivali in qualsiasi altro paese della regione o del mondo contemporaneo. Il regime ha scelto di contrastare la rivoluzione con il massimo della forza, della violenza e dello spargimento di sangue nel tentativo di sedarla. Questo naturalmente ha spinto la rivolta a trasformarsi in una rivoluzione armata.

Secondo: l’uso di armi, inizialmente limitato a pochi individui, è stato alimentato dall’odio e dalla rabbia diffusi dal regime tra il popolo. Molte persone non avevano preso parte alle dimostrazioni pacifiche in atto, e ciò nonostante le loro case e le loro città sono state bombardate. Così l’uccisone di parenti e amici ha fatto sì che diventassero oppositori del regime.

Terzo: la rabbia e le proteste da semplici reazioni sono diventate delle azioni politiche e militari. Le azioni politiche sono state intraprese dal Consiglio Nazionale Siriano ma non hanno fatto molta strada, data l’incapacità delle potenze occidentali di adottare un qualsiasi provvedimento. Invece, l’Esercito Siriano Libero è riuscito ad essere efficace ed influente e ha persino guadagnato il controllo di vaste aree del Paese.

Quarto: il potere del regime sembra essere ormai in declino, nonostante venga costantemente rifornito dalla Russia e dall’Iran. Anche i simboli del regime e i suoi sostenitori giorno dopo giorno si convincono della sua imminente fine.

Quinto: l’imminente crollo del regime è chiaramente riflesso da importanti defezioni a livello militare, politico, diplomatico e culturale, infatti quasi tutti hanno iniziato a cercare un modo sicuro per saltare dalla nave che affonda.

Sesto: il regime di Al-Assad ha a lungo considerato il Libano come il suo cortile di casa, in grado di supportare i suoi alleati e di reprime, uccidere e bombardare i suoi avversari. Tuttavia, la situazione libanese ora è diversa: alcuni sono arrivati ​​a considerare lo stato siriano come un rivale, i sostenitori di Al-Assad in Libano sono sempre più frustrati per lo status-quo e il futuro e persino Hezbollah ha assunto una posizione debole.

Settimo: tutte le potenze internazionali e regionali hanno disegnato delle linee rosse per i loro avversari. Gli Stati Uniti hanno tracciato una linea rossa per il regime siriano (solo) per quanto riguarda le armi chimiche; la Russia ha indicato dei confini molto simili; infine, la Repubblica islamica dell’Iran non ha esitato a dire che la sicurezza di Bashar Al-Assad rappresenta di fatto una linea rossa.

Ottavo: coloro che hanno sostenuto il regime politicamente, culturalmente e nei media cercano freneticamente una strategia d’uscita per preservare la loro dignità e statura personale.

Nono: la missione di Lakhdar Brahimi non ha avrà più successo di quella di Kofi Annan. L’unico risultato sarà concedere ad Al-Assad più tempo per uccidere il popolo siriano.

Gli stati arabi e musulmani devono disegnare delle linee rosse per impedire lo sterminio del popolo siriano, devo difendere i loro interessi in Siria e giocare un ruolo attivo all’interno della regione. Inoltre, i leader arabi devono stare attenti a due tendenze americane: in primo luogo, la tendenza a sostenere i movimenti riconducibili all’Islam politico; e in secondo luogo, gli Stati Uniti stanno cercando di garantire alla Turchia un ruolo dominante rispetto agli eventi siriani, e quindi nella regione nel suo insieme.


Ilaria Antoniello

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