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Siria: “Assad ha iniziato la guerra, ma l’Occidente deve negoziare con lui”

Siria Assad

Di Rosa Meneses. El Mundo (26/09/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Per l’arabista britannico John McHugo è “assolutamente essenziale” una prospettiva storica per capire cosa sta succedendo in Medio Oriente. È proprio di questo che tratta il suo nuovo libro “A Concise History of the Arabs”. Avvocato specializzato in diritti umani ed esperto di Siria, El Mundo lo ha intervistato a Casa Árabe, a Madrid.

Nel suo libro, afferma che la Primavera araba è appena iniziata. Cosa possiamo aspettarci oggi?

Non possiamo aspettarci che tutto fili liscio. E questo lo abbiamo visto con la catastrofe della guerra in Siria, così come è stato il caso dello Yemen e della Libia, e via dicendo. Certo è, però, che prima o poi doveva succedere. In questo senso è un po’ come la Rivoluzione Francese e credo che il processo iniziato oggi tra qualche decennio porterà a degli sviluppi positivi, con la conversione dei Paesi arabi in Stati meno autocratici e più democratici.

Finora, le rivolte arabe hanno avuto conseguenze sia negative che positive. Come vede i cambiamenti immediati che hanno prodotto? 

Il cambiamento immediato è stato che la vecchia idea dell’autocrate che governa un Paese arabo e lo tiene sotto controllo è un modello ormai fallito. Un altro cambiamento immediato è stata l’ascesa dell’islamismo al potere, ma non prevedo che in futuro il mondo arabo sarà interamente islamista. Penso certo che i Paesi e i popoli arabi vogliono avere nazioni e democrazie moderne, dove la legge sia sovrana, dove ci siano elezioni libere e giuste e dove si rispetti la libertà di associazione e di espressione. Allo stesso tempo, vogliono che tutto questo sia inscritto nelle loro tradizioni, quindi potremmo aspettarci dei partiti islamisti simili a quelli democristiani in Europa. Di fatto, in Tunisia questa idea si sta già sviluppando e in futuro emergerà anche in altri Paesi, sebbene ci vorrà del tempo.

Vista la minaccia costituita da Daesh (ISIS), alcuni governi occidentali considerano dittatori come Bashar al-Assad come un male minore.

Non dimentichiamoci che la maggior parte delle vittime in Siria hanno perso la vita sotto le bombe lanciate dal regime. In Occidente siamo un po’ ossessionati da Daesh, che è di certo una forza distruttrice, ma non dobbiamo perdere di vista il fatto che la rivoluzione siriana è degenerata in conflitto quando le forze di sicurezza hanno fatto fuoco sui manifestanti. Se pensiamo che il regime Assad sia la soluzione, bisogna sempre ricordare chi ha iniziato tutto questo.

Ora che migliaia di rifugiati arrivano in Europa chiedendo asilo, e che i nostri governi si rendono conto che la guerra in Siria interessa anche gli europei, cosa pensa della risposta dell’Unione Europea a questa crisi?

Le dirò quello che mi piacerebbe vedere. Mi piacerebbe vedere molta più unità su questo tema. Credo che se l’UE agisce in modo unito può avere un impatto molto positivo, poiché abbiamo un grande potere economico e diplomatico. Uno dei problemi principali del conflitto siriano è che la guerra civile si è trasformata in una lotta per il potere. Gli spagnoli ricorderanno come italiani e tedeschi, da un lato, e i sovietici, dall’altro, hanno interferito nella Guerra Civile, cosa che probabilmente peggioro ancor più la situazione. La Siria è un caso simile: Iran e Russia appoggiano Assad, la Turchia fa il suo gioco per ragioni di politica interna, e l’Arabia Saudita e il Qatar finanzia chi è contro il regime. È qui che l’UE potrebbe giocare un ruolo assai importante, usando la sua potenza economica e esercitando un’influenza reale su questi Paesi. Il massimo che possiamo sperare adesso è riuscire a portare le parti a negoziare. Assad rappresenta una parte della Siria e si deve negoziare con lui.

Cosa deve fare l’Europa per aiutare i rifugiati siriani?

È una lezione per tutti. In Europa dobbiamo renderci contro che apparteniamo al mondo e che quindi non possiamo chiuderci in noi stessi e chiudere la porta al resto di esso. Inoltre, la narrativa di alcuni scrittori di destra, soprattuto negli USA, è che “la gente nel mondo arabo ci odia”. La storia dei rifugiati siriani ci mostra proprio che abbiamo delle idee sbagliate, che questo non è vero, che loro conoscono le nostre società e che vogliono che anche le loro siano come le nostre, vogliono che quello che abbiamo noi e trapiantarlo a casa loro. I rifugiati siriani provano che la retorica dello “scontro delle civiltà” è sbagliata.

Oggi assistiamo alle conseguenze catastrofiche della guerra in Siria e all’evoluzione distruttrice di Daesh, anche in Iraq. La cartina del Medio Oriente cambierà? Stiamo assistendo alla fine delle frontiere delineate da Sykes-Picot?

Non credo ci sarà un cambiamento di confini in Medio Oriente, poiché una volta che uno Stato sovrano esiste diventa un’entità molto forte. Non credo che Daesh sopravviverà e credo che, prima o poi, la vecchia frontiera tra Siria e Iraq verrà ristabilita. Detto questo, dobbiamo tenere in considerazione che se la democrazia arriverà in questi Paesi, noteremo dei cambiamenti: alcuni Stati avranno regioni più autonome, altri si trasformeranno in federazioni; potremmo addirittura assistere a una maggiore cooperazione tra di essi, un po’ come nell’Unione Europea, anche se ci vorrà molto tempo.

Daesh ha proclamato il califfato nel giugno 2014 e da allora si è espanso soprattutto in Siria e in Iraq. Pensa possa convertirsi in una realtà, in un vero Stato?

Daesh è sopravvissuto solo perché c’era un vuoto. Vedo tre elementi fondamentali in Daesh: primo, che è poi un problema dell’Iraq, è il disamore dei sunniti per l’Occidente; secondo, Daesh è una banda di gangster; terzo, colpisce l’identità politica di moli musulmani sunniti insicuri e malinformati, cosa molto scaltra. Mohamed al-Yacoubi, un religioso siriano opposto al regime Assad, ha emesso una fatwa per cui i sunniti devono lottare contro Daesh perché “non è un califfato, è una menzogna”.

Rosa Meneses è giornalista per El Mundo specializzata in Medio Oriente e Maghreb.

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Roberta Papaleo

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