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Sviluppo nel Sinai: un dibattito dimenticato

Di Ahmed al-Sayed al-Naggar. Ahram Online (04/11/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Nel Sinai, l’attenzione è interamente rivolta alle misure di sicurezza. Il dibattito sullo sviluppo viene puntualmente archiviato, per essere risollevato al prossimo attentato. Il problema non è la mancanza di studi sullo sviluppo del Sinai, quanto l’assenza di volontà politica, unita ad una certa confusione ed indecisione nel risolvere questioni relative alla proprietà terriera e ai progetti da realizzare in questa regione.

Paradossalmente, lo sviluppo è sempre stato bloccato da motivazioni legate alla sicurezza nazionale e alla natura militare del Sinai, che confina con la Palestina occupata. Eppure lo sviluppo globale e l’incremento della popolazione costituiscono una linea di difesa molto efficace contro gli attacchi da parte sia dell’entità sionista, che di forze radicali, violente e terroriste.

Ad oggi, nel Sinai vivono circa 600.000 persone, meno dello 0,7% della popolazione egiziana, con una densità di meno di 10 abitanti per km2. Come altre regioni ai confini, la povertà è minima – alla peggio moderata – rispetto ad altre zone del Paese. Secondo i dati dell’Agenzia Centrale di Mobilitazione Pubblica e Statistica, nel 2008/2009 il Sinai del Sud era esente dalla povertà, mentre nel 2010/2011 questa colpiva il 7% della popolazione – colpa di un brusco calo delle entrate provenienti dal turismo in seguito alla rivoluzione del 25 gennaio.

Contemporaneamente, il tasso di povertà nel Sinai del Nord è sceso dal 28% nel 2008/2009 al 21% nel 2010/2011. La ragione non va ricercata in un progresso dell’economia, ma nei guadagni frutto di attività illegali, come la coltivazione e il traffico di droga e il contrabbando di armi e beni sussidiati.

Da quando il Sinai è tornato ed essere una regione quasi demilitarizzata, il modello di investimenti basato principalmente sulla costruzione di villaggi turistici non ha creato che facili obiettivi di attentato. Lo stesso vale per l’altro modello di investimenti, quello delle grandi imprese estrattive.

L’esercito egiziano ha un ruolo cruciale nello sviluppo del Sinai, dal momento che qualsiasi intervento deve essere effettuato alla luce di considerazioni militari. Al tempo stesso, è un diritto di tutti beneficiare delle sue immense risorse naturali: minerali, cave, terreni agricoli, prodotti ittici, acqua e produzione manifatturiera in tutti i settori.

Ne consegue che la questione non va vista esclusivamente attraverso il prisma della lotta al terrorismo e al contrabbando, ma attraverso quello della costruzione dello Stato e di un’integrità nazionale. Incrementare il numero di abitanti in questa vasta penisola, dunque, dovrebbe essere un obiettivo strategico per ogni governo egiziano. A tal fine, però, occorrono infrastrutture che colleghino la regione al resto del Paese e progetti economici sostenibili e protetti dal diritto internazionale.

I settori su cui far leva sono innanzitutto l’agricoltura, l’allevamento e l’itticoltura, l’industria agroalimentare e l’artigianato. Le nuove attività, inoltre, dovrebbero essere diffuse, separate e completamente integrate con la popolazione – una distribuzione che proteggerebbe dagli attacchi, in seguito al divieto di colpire obiettivi civili.

È necessario sottolineare che, per motivi di sicurezza nazionale, solo gli egiziani potrebbero avere il permesso di investire. Perché nuovi abitanti si trasferiscano nel Sinai, inoltre, bisogna fare in modo che possano acquistare appezzamenti e coltivarli. I terreni destinati all’industria, invece, possono essere dati in affitto per lunghi periodi ad investitori arabi e stranieri.

Le possibilità sono immense, ma occorre uno sforzo – e non solo in termini di volontà politica. Serve anche un incubatore nazionale per assistere i piccoli progetti nel reperire finanziamenti e mercati. Tale processo di sviluppo globale farebbe aumentare la popolazione del Sinai di mezzo milione in tre anni, potenziando così il meccanismo di difesa contro il complotto sionista, l’estremismo e il terrorismo di matrice religiosa.

Ahmed al-Sayed al-Naggar è economista presso il Centro di Studi Politici e Strategici Al-Ahram, think thank con base al Cairo.

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Cristina Gulfi

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