Tunisia Zoom

Siamo davvero disposti a rinunciare alla libertà in cambio di sicurezza?

Al-Huffington Post (22/07/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo

Un pericolo per lo stato di diritto, così Amna Guellali, rappresentante di Human Rights Watch (HRW) in Tunisia aveva definito il progetto di legge oggetto di discussione in questi giorni in Parlamento. Una linea condivisa da tredici organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, Reporters sans Frontières, Oxfam e l’Organizzazione Mondiale contro la Tortura, secondo le quali il testo della legge è incompatibile con i diritti garantiti dalla Costituzione. Dopo le rivolte popolari che hanno condotto alla deposizione del regime di Zine El Abidine Ben Ali, molti sono stati i passi in avanti verso la democratizzazione e la parità di diritti, ma agli attentati rivendicati dai cartelli del jihad di Daish (ISIS), Tunisi sembra rispondere con un giro di vite che rischia di tradursi in un liberticidio, gettando le basi per un nuovo regime. Così, come sta accadendo in Turchia (dove le ultime elezioni parlamentari lasciavano sperare in una sempre maggior rappresentatività degli organi di governo), la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini di un paese diviene facilmente pretesto per la repressione del dissenso.

L’articolo 1 del progetto di legge, ad esempio, in merito alla protezione degli agenti delle forze armate da aggressioni che ne minaccino la sicurezza e l’incolumità, prevede la repressione degli attacchi a locali e strutture controllate dall’esercito, nonché delle violazioni dei segreti riguardanti la sicurezza nazionale. Concetti vaghi, suscettibili di diventare cavilli molto utili a coprire abusi di potere ai danni di dissidenti e manifestanti in generale. In tal senso, ancor più rischioso è l’articolo 12, secondo cui viene punito con due anni di prigione e diecimila dinari di multa, chiunque umili intenzionalmente le forze armate con lo scopo di nuocere alla pubblica sicurezza. Sulla natura di tali “umiliazioni”, infatti, non esistono precisazioni sufficienti a stabilire una linea di demarcazione tra protesta e insulto. Nessuna indicazione pertinente neppure sulla possibilità, per le forze di sicurezza, di uccidere un eventuale aggressore (cosa si dovrebbe ritenere aggressione?), nel caso in cui sia necessario per proteggere le vite e le proprietà dei cittadini. Quanto ai segreti che concernono la sicurezza nazionale, trattati più specificamente negli articoli 5 e 6, secondo il sindacato nazionale dei giornalisti, il progetto di legge contiene quanto basta per minare la libertà di stampa. Soddisfatti del suo contenuto invece i due partiti che costituiscono la coalizione di governo, Nidaa Touneès del presidente tunisino Béji Caïd Essebsi e il partito islamico Ennahda.

Negli stessi giorni, un’analoga concatenazione di eventi sta avendo luogo in Turchia, sebbene i risultati delle ultime elezioni parlamentari (in particolare la perdita della maggioranza assoluta per il partito Giustizia e Sviluppo – AKP – del presidente Recep Tayyip Erdoğan) avessero lasciato sperare in un sistema più pluralista e rappresentativo. Dopo l’attacco rivendicato da Daish al raduno della gioventù socialista a Suruç, dedicato alla ricostruzione della città curdo-siriana di Kobane, la polizia turca ha arrestato quasi 300 militanti di gruppi terroristici. Nel mirino di Ankara sospetti affiliati dei cartelli del jihad, ma anche il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), una mossa che rischia di compromettere definitivamente il processo di pace ancora in corso. In manette, inoltre, presunti simpatizzanti del Movimento della Gioventù Patriottica Rivoluzionaria (YDG-H) e del Partito Fronte Marxista Rivoluzionario di Liberazione del Popolo (DHKP-C), uno dei cui membri è stato ucciso dagli agenti durante il suo arresto.

Tunisia e Turchia a parte, vale la pena ricordare che anche la legislazione antiterrorismo dell’Unione Europea, come osservava John Brown in un articolo pubblicato a febbraio 2002 sul mensile Le Monde Diplomatique, ha adottato una definizione del fenomeno che comprende azioni più simili alla disobbedienza civile o a metodi di lotta sindacale o cittadina (http://sabbath.chez.com/Pages/Actualit%E9/EU%20Actualit%E9/28.htm).

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Giusy Regina

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