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Sheikh Al-Qaradawi in Libia

Al-Quds al-Arabi (14/12/2011). Sabato scorso Sheikh Youssuf al-Qaradawi, il principale erudito del mondo musulmano, è andato a Tripoli insieme a Sheikh Rached al-Ghannouchi, guida del movimento islamico tunisino Ennahda, per partecipare all’impegno di ricomporre le ostilità tra i diversi gruppi islamici. Una mossa positiva e responsabile, ma niente affatto facile, poiché le fratture sono troppo profonde per essere ricomposte “baciandosi le barbe” o scambiandosi buone parole sull’interesse comune, presentato al di sopra di tutto, sulla necessità di superare faide, rancori ed errori passati e sul principio di tolleranza.

Profonda infatti è la ferita libica e occorre uno sforzo immane per rimarginarla fino alla guarigione. Le ingerenze straniere e le brame coloniali sono considerevoli, al pari delle complessità interne, alcune regionali, altre tribali, mentre non si possono dimenticare le ambizioni e le aspirazioni alla lotta per il potere e alla spartizione del bottino o alla conquista della parte più grande di esso.
A contendersi il governo in Libia sono molti centri forti, la maggioranza dei quali in possesso di quantità spaventose di armi, che concentrano l’attenzione sulla legittimità derivante dalla partecipazione alla guerra per l’abbattimento del regime tirannico di Muammar Gheddafi. Un regime più che quarantennale, dominato dalla corruzione, dalla repressione, dall’oppressione delle libertà. Pertanto la convivenza tra questi centri di potere necessita di tempo e potrebbe essere preceduta da scontri sanguinosi.
Quattro sono i gruppi militari che si contendono il potere e l’autorità. Il primo è costituito dalle brigate di Zentan, provenienti dalla Montagna Occidentale, tribù arabe di rinomata tenacia, che hanno svolto un ruolo di primo piano nella sconfitta dei battaglioni di Gheddafi e nell’entrata a Tripoli. Il secondo invece è rappresentato dalle brigate di Misurata, che hanno perso nel conflitto migliaia di “martiri”. La loro resistenza, fondamentale per la conquista della città di Misurata e la sconfitta delle truppe di Gheddafi, è stata decisiva ai fini della caduta del regime e dell’ingresso a Tripoli, Sirte e Ben Walid. Terzo gruppo, le brigate del consiglio militare di Tripoli guidate da Abdel Hakim Belhadj, l’eminenza islamica salafita molto autorevole e ben armata, che gode del sostegno della Turchia e del Qatar. Infine il quarto gruppo è l’esercito nazionale comandato dal colonnello Khalifa Hifter, che guidava l’esercito libico di salvezza, in precedenza sostenuto dagli Usa. I suoi uomini infatti si addestravano in Virginia prima del tentativo di colpo di stato degli anni ’90.
Il Consiglio nazionale libico ha distribuito gli incarichi principali a tre di questi centri di potere: il ministero della difesa a Osama al-Joueili (capo delle brigate di Zentan), il ministero dell’interno a Fawzi Abdel Al (comandante delle brigate di Misurata) e il comando dello Stato Maggiore al colonnello Khalifa Hifter. Nessuna carica invece per Belhadj, comandante del Consiglio militare a Tripoli. Pertanto è possibile che si crei un conflitto che nei prossimi mesi potrebbe sfociare in scontri armati. Intanto, mentre Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale transitorio (Cnt), sabato presiedeva a Tripoli un convegno per la riconciliazione nazionale, cui hanno preso parte diversi tribù e clan, nella stessa città sono scoppiati scontri sanguinosi al passaggio del convoglio militare del colonnello Hifter, contro il quale sono stati sparati colpi di arma da fuoco (con l’intenzione di uccidere il colonnello). Un evento che riflette la grave mancanza di sicurezza e la fragile stabilità attuale.
L’Occidente ha esteso il suo dominio sulla nuova Libia installando una base militare nel Sud, da cui far decollare droni con il pretesto del controllo sui movimenti del gruppi terroristici nel Sahara e nel Sahel (l’Algeria si è rifiutata di mettere a disposizione il proprio spazio aereo). È preoccupato per le conseguenze di questo caos delle armi, non nell’interesse del popolo libico, della stabilità della Libia o della nascita dello stato moderno sulle rovine del precedente regime dittatoriale, bensì delle ricchezze del popolo libico, petrolio, gas e degli enormi introiti finanziari del loro sfruttamento.
Il discorso del consigliere di Abdel Jalil sull’amnistia per i combattenti del vecchio regime che non abbiano commesso omicidi o stupri e sulla loro integrazione negli organismi statali è indubbiamente un buon discorso. Tuttavia ci si domanda quali siano i criteri per stabilire chi abbia compiuto crimini e chi no. Inoltre in molti hanno collaborato con il precedente regime, prendendo paarte ai suoi crimini o li hanno coperti. Alcuni di loro sono rientrati nella compagine del nuovo regime libico con responsabilità di rilievo.
Il popoli libico merita un minimo di prosperità e stabilità, speranze legittime che tuttavia non si possono ottenere che attraverso una vera riconciliazione, con la fine del caos delle armi, curando le ferite di tribù e città che, duramente colpite dai bombardamenti della Nato e dei suoi alleati, hanno perso migliaia di figli, per non parlare della distruzione delle città. Si spera pertanto che la riconciliazione si realizzi al più presto e che il popolo libico possa liberare il suo paese dalle basi straniere e dall’egemonia occidentale, come lo ha liberato dal regime tirannico.


Giusy Regina

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