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Sfruttamento, molestie e crimini: dettagli sull’accattonaggio dei bambini nelle strade di Bagdad

di Sanar Hassan, Al-Jazeera, (2/2/2021) Traduzione e sintesi di Francesca Martino

Suad Mahmud (44 anni), uno pseudonimo, siede in una strada del quartiere di Karrada (nel centro della capitale) tutti i giorni dalle 7 di mattina alle 9 di sera, osservando il viavai di auto e pedoni. Stende la mano, in attesa che qualcuno aiuti lei e i suoi due figli – Awab (10 anni) e Hanin (6 anni) – con un po’ di soldi, in modo da raccogliere un piccolo gruzzolo per pagare il proprietario di una casa non finita, dove abita insieme ad altre tre famiglie sfollate da quando ha lasciato Mosul (Iraq settentrionale) nel 2014, dopo che l’Isis ha preso il controllo di gran parte dei governatorati settentrionali del Paese.

Dopo la morte del marito, Suad è fuggita da Mosul insieme ai due figli nel governatorato di Dohuk (Iraq settentrionale), dove è rimasta due anni nei campi profughi. Dopodiché è arrivata a Bagdad in cerca di un lavoro che non ha trovato e ora vive nel quartiere di Sheikh Omar.

‘’Quando sono arrivata a Bagdad – dice Suad – c’era una persona che aiutava i profughi a trovare un alloggio in cambio di soldi e che mi ha proposto di fare l’elemosina insieme ai bambini. All’inizio mi sono rifiutata di coinvolgere i miei figli per paura di esporli a un qualunque pericolo ma poi sono stata costretta, perché, pur uscendo ogni giorno, riuscivo a racimolare solo una piccola somma che non bastava nemmeno a sfamarci e a pagare l’affitto. Così ho cominciato a portarmi dietro i bambini, insieme a un gruppo di donne, anche loro con i figli. Tengo mia figlia vicino a me per paura che venga aggredita, come spesso succede ai bambini che fanno l’elemosina. Per esempio, il figlio di 8 anni di una delle famiglie con cui abitiamo ha subito delle molestie sessuali e da allora ho cominciato a temere per mia figlia. Il ragazzo invece sono costretta a lasciarlo andare in cerca di soldi, ormai è grande abbastanza per difendersi da solo’’.

Suad non è riuscita a ottenere aiuti dalle squadre umanitarie e governative presenti a Bagdad, nemmeno le razioni alimentari, come riso e farina, distribuite ai cittadini dagli organismi governativi in cambio di piccole somme di denaro, poiché né lei né i suoi figli possiedono documenti ufficiali.

Awab e Hanin non ricevono nessuna istruzione ed escono ogni giorno per mendicare nelle strade di Bagdad vestiti di stracci che non riescono a coprire i loro corpi smilzi né bastano a proteggerli dal freddo dell’inverno. Ciononostante, i tratti infantili prevalgono sul loro aspetto, e infatti Awab assomiglia a un piccolo uomo costretto ad adeguarsi alle difficoltà della vita. Così lo descrive anche sua madre, che spera di trovargli un lavoro piuttosto che saperlo in pericolo tra le auto in corsa. La donna non intende iscrivere i figli a scuola perché non ha soldi da spendere per i loro studi, né tantomeno per comprare le provviste più basilari, senza contare che la loro presenza in strada insieme a lei aumenta le possibilità di ottenere soldi perché in fondo l’innocenza dei loro volti infantili non può non suscitare compassione in alcune persone. Hanin tiene un lembo della mantella di sua madre quando provo a fotografarla, è spaventata ed esitante e stringe a sé una piccola scatola in cui ha messo delle gomme per attirare più passanti, alcuni dei quali lasciano un po’ di soldi senza prendere niente dalla scatola.

Le battaglie contro l’Isis nel 2017 hanno causato la demolizione di un gran numero di edifici in tutte le città irachene cadute sotto il controllo dell’organizzazione. Ciò ha provocato l’esodo della popolazione oltre a tutta una serie di problemi economici, sociali e securitari.

Diverse organizzazioni internazionali confermano nei loro rapporti la violazione dei diritti dell’infanzia sotto diverse forme, tra cui l’accesso negato all’istruzione, il reclutamento forzato in gruppi armati, l’esposizione a molestie sessuali, l’impiego di bambini in attività di lavoro e accattonaggio.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, in Iraq ci sono 1,4 milioni di sfollati e 3,2 milioni di bambini impossibilitati a frequentare la scuola.

‘’Sebbene la costituzione irachena proibisca il lavoro minorile, è difficile porre fine a questo fenomeno – afferma Khaled al-Muhanna, sovrintendente della polizia civile di Bagdad. Spesso, dopo essere stati arrestati, i genitori di un mendicante firmano una promessa scritta, ma poi escono e rimettono i figli a fare l’elemosina, e questa finisce per diventare la loro unica attività date le difficili condizioni di vita’’.

Da un’indagine quotidiana condotta per diversi giorni sull’attività dei mendicanti, è emerso che bambini di entrambi i sessi di età compresa tra i 4 e i 14 anni arrivano a gruppi ogni giorno alle 6 del mattino in luoghi stabiliti da un capogruppo – di 30 o 40 anni – che monitora questi bambini distribuiti in determinate strade. Ce lo conferma Musa Abed, 13 anni, uno sfollato di Mosul che chiede l’elemosina a Bagdad, mentre le forze di sicurezza dislocate in vari punti della città non prestano la minima attenzione ai piccoli mendicanti.

Karam Muhammad (14 anni) vende fazzoletti nel centro della capitale per provvedere da solo a sua madre e alle sue quattro sorelle, dopo che suo padre è stato ucciso durante le violenze settarie che hanno travolto il Paese in seguito all’invasione americana nel 2003. Si avvolge in una coperta malandata per proteggersi dal freddo mentre espone sul ciglio della strada alcune scatole con dentro la merce da vendere ai conducenti delle auto. Karam ha lasciato la scuola elementare cinque anni fa e sa a malapena leggere. ‘’Sogno ancora di tornare a scuola per continuare gli studi come tutti gli studenti che mi passano accanto ogni giorno, ma ormai è impossibile. Devo aiutare la mia famiglia e magari riuscirò a trovare un lavoro, così avrò più soldi. Ogni volta che torno senza aver venduto niente significa che non potrò comprare cibo per la mia famiglia’’.

Maryam Mahmud (12 anni) è una sfollata del distretto di Sinjar (Iraq settentrionale). È arrivata a Bagdad con sua madre e le sue sorelle dopo che l’Isis ha preso il controllo della sua città e ora chiede l’elemosina con un gruppo di ragazze per poi consegnare i soldi che riesce a raccogliere all’uomo che dovrebbe fornire loro un lavoro. Mentre parla, Maryam si nasconde le ciocche di capelli dorati sotto un panno che le ha dato una donna. ‘’Degli uomini volevano toccarmi i capelli o il viso in cambio di soldi, quando l’ho raccontato a mia madre lei mi ha costretto a portare il velo. Ne incontro ogni giorno di uomini così, che mi insultano o mi molestano quando gli chiedo di aiutarmi’’.

Le crisi economiche, l’aumento della disoccupazione e la mancanza di programmi di aiuto da parte del governo hanno costretto molti bambini a lasciare la scuola e a lavorare per mantenere le loro famiglie. La maggior parte di questi bambini è stata vittima di detenzione e azione penale a causa della loro presunta associazione con l’Isis. Su alcuni, arruolati a forza, sono stati utilizzati metodi di tortura per estorcere confessioni invece di fornire loro le cure adeguate e di considerarli vittime di sfruttamento e reclutamento minorile.

Sanar Hassan è una giornalista irachena indipendente che tratta soprattutto questioni legate ai diritti delle donne e dei rifugiati.

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Redazione

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