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Medio Oriente Zoom

Come hanno seppellito la Primavera

primavera araba
Da occasione unica per riformare il mondo arabo a vittima di strumentalizzazioni e incomprensioni: la primavera araba sei anni dopo.

Di Taoufik Bouachrine. Al-Araby al-Jadeed (18/01/2017). Traduzione e sintesi di Antonia M. Cascone.

Il sesto anniversario della primavera araba è passato, questo gennaio, in un’atmosfera di ormai consueta separazione: c’è chi appoggia le rivoluzioni che hanno rovesciato i regimi di Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e Ali Abdullah Saleh, indebolito la presa di Bashar al-Assad e scosso le monarchie di tutta la regione, e c’è chi, invece, si oppone a questa primavera, che ha fatto precipitare il mondo arabo in un vortice infernale, risvegliando guerre civili latenti e acuendo divisioni e fragilità.

La diatriba continuerà, in quanto tali divisioni non sono state superate in nessuna delle esperienze di transizione democratica a cui abbiamo assistito agli albori di questa primavera, cominciata in maniera pacifica e finita martire, prigioniera, esule o condannata a morte. Si potrebbe paragonare la primavera araba, in effetti, a un bambino venuto al mondo per errore, costringendo l’autocratico padre ad accettarlo per necessità, cosa che non gli impedisce di progettare ogni giorno di sbarazzarsene, una volta sostenendo che sia figlio di un adulterio, un’altra volta accusandolo di sabotare la famiglia, che si atteneva da decenni a leggi prestabilite, impossibili da cambiare fino all’arrivo dell’ospite sgradito. Così, c’è chi convive con il nuovo nato (Tunisia, Marocco), chi l’ha ucciso poco dopo la sua venuta al mondo (Egitto e Yemen), chi l’ha strangolato nella culla (Siria) e chi ha dimenticato di allattarlo e curarlo, tanto da portarlo alla morte, o quasi (Libia). In tutti i casi, le rivolte pacifiche per il cambiamento hanno dimostrato che il sistema autoritario del mondo arabo non accetta le riforme e che c’è bisogno di scosse più violente, di rivoluzioni più grandi e di una consapevolezza molto più profonda perché si cambi quella struttura calcificata che è pronta a tutto pur di non rinunciare al potere, anche a compromettere l’indipendenza del Paese (Siria), a minarne la stabilità (Yemen), a minacciare la pace civile (Yemen) o a regredire verso il potere delle tribù e dei clan (Libia).

Il mondo arabo non è il solo ad avere fallito nel gestire questa primavera, arrivata come terza opzione tra l’autoritarismo che si imponeva a ferro e fuoco e il fondamentalismo che faceva opposizione in nome della religione. Infatti, anche l’Occidente ha fallito nella comprensione di questa rivolta: era un’occasione storica per disfarsi del dispotismo, anche perché le fasce della società che hanno messo in moto questo processo non erano legate ad alcuna ideologia e rappresentavano le aspirazioni di una nuova generazione aperta alla rivoluzione digitale e ai valori liberali, i cui eroi sognavano di rivoluzionare un’epoca e di liberarsi di una cultura fondamentalmente medievale. Sfortunatamente, però, quest’opportunità è andata persa, e la primavera si è trasformata in autunno, portando il processo di riforma indietro di anni.

I governi arabi temevano che le rivolte dei giovani potessero intaccare il proprio potere e i propri interessi, l’America temeva, a causa di Israele, che in questi Stati potesse esserci voce per il cittadino e spazio per la sua opinione, l’Europa temeva per l’arrivo al potere di una nuova élite che non sarebbe stata capace di rapportarsi con lo storico colonizzatore. È qui che si sono incontrati gli interessi di Oriente e Occidente, scavando un’enorme fossa a questa primavera, e restando a guardare mentre Daesh (ISIS) prendeva l’iniziativa e reclutava giovani a cui al-Qaeda non era arrivata, trascinandoli in una guerra senza gloria e in una battaglia senza senso.

Taoufik Bouachrine è uno scrittore e giornalista marocchino, direttore del giornale “Akhbar al-Yawm”.

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