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Se non fosse per Hezbollah

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (09/10/2014). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

La parola “se” è un mezzo di propaganda utilizzato da Hezbollah per giustificare il proprio coinvolgimento in Siria, spingendo gli sciiti libanesi, se non l’intero Paese, verso il conflitto. Il gruppo sciita si giustifica affermando che se non avesse supportato il regime di Assad, “i santuari sciiti sarebbero caduti” o ancora che “se non avesse protetto i confini del Libano, Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) lo avrebbe occupato da nord a sud”.

Un altro di questi “se” è stato da poco attribuito al patriarca maronita Bechara Boutros al-Rahi. Sembrerebbe infatti che prima di partire per Roma, avrebbe detto alla sua cerchia più stretta di rispondere – qualora gli venisse richiesto di esprimere l’opinione riguardo agli sviluppi in corso –   affermando che “se non fosse per Hezbollah, Daish ora sarebbe a Jounieh (una città costiera a dieci miglia da Beirut). Se il patriarca ha davvero pronunciato queste parole, allora forse non ha sentito che Daish e il fronte al-Nusra stanno avanzando su Ghouta, un quartiere di Damasco, nonostante gli sforzi dei combattenti di Hezbollah. Forse il patriarca non si sente minacciato ed è ancora certo che Hezbollah possa proteggerlo – anche se Jounieh non è nemmeno a 20 minuti di macchina da zone che già sono state occupate dal gruppo jihadista.

Possiamo giudicare queste affermazioni condizionali solo osservando i risultati sul territorio. Hezbollah non sta più proteggendo i luoghi sacri sciiti in Siria. I suoi combattenti attualmente stanno morendo in difesa del regime di Assad, che è tutto tranne che sacro. E lo stanno facendo perché l’Iran ha da sempre deciso le guerre di Hezbollah.

Di sicuro gli sciiti, essendo stati coinvolti nel conflitto siriano, non sono al sicuro. Vale la pena chiedersi se Jounieh e le zone cristiane sono sicure grazie al “coraggio” di Hezbollah. Chi segue le notizie saprà quanto viene umiliato l’esercito libanese, sa che gli innocenti vengono rapiti e che si sta diffondendo la paura. Jounieh, una delle aree più sicure del Libano, adesso è finita sulla mappa del terrorismo globale e della violenza grazie alla retorica del “se”.

Queste frasi condizionali sono utilizzate per vendere un mito che non ha nulla a che vedere con la realtà. Ad onor del vero, se Hezbollah non fosse andato a combattere in Siria, il Libano sarebbe rimasto neutrale. Quando si parla di interessi di stati e sicurezza dei popoli, dobbiamo avere a che fare con i fatti, non con le ipotesi e i desideri. Hezbollah sta annegando nel pantano del conflitto siriano, perché l’Iran lo ha inviato lì due anni fa, credendo che sarebbe stato capace di salvare il suo alleato Assad. Teheran ha iniziato a realizzare solo ora che il regime siriano è morto con la morte di Hafez al-Assad, padre di Bashar. Bashar ha ereditato la governance, ma non la saggezza e l’esperienza del padre; ha quindi imbrogliato se stesso e i suoi alleati e ha distrutto un Paese attraverso i suoi crimini. Hezbollah invece ha cessato di esistere in quanto gruppo di resistenza, da quando Israele si è ritirato dal Libano 14 anni fa. Dopo di ciò è diventato un semplice gruppo di miliziani, legato a Teheran e Assad.

Hezbollah ha servito Assad solo temporaneamente nella guerra, trascinando organizzazioni terroriste dalla Siria al Libano. Il presidente siriano vuole esportare la guerra ai suoi vicini Iraq, Turchia e Libano. Ma come può un Paese piccolo come il Libano combattere Daish e il fronte al-Nusra da solo quando serve una coalizione di molti stati per affrontare Daish in Siria e Iraq?

E dopo tutto questo dunque, ha senso che il patriarca affermi che Hezbollah ha reso sicura Jounieh, quando ha alimentato le braci del settarismo in Libano e portato Daish e il fronte al-Nusra più vicino ai propri confini?

Abdulrahman al-Rashed, ex caporedattore di Asharq al-Awsat, è il direttore generale di Al-Arabiya.

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Alessandra Cimarosti

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