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Se avete a cuore Yarmouk, chiedete al mondo di aiutarlo

In copertina il vignettista siro-palestinese di Yarmouk, Hani Abbas, ritrae il campo distrutto e la foto del martire che non crolla

“La mattina del 1° aprile 2015 il campo di Yarmouk ha subìto un feroce attacco da parte di Daesh (ISIS). Le forze di Daesh hanno attaccato Yarmouk dai suoi confini meridionali vicino all’area nota come Al-Hajr Al-Aswad”: questo è l’incipit dell’appello lanciato dalla Lega Palestinese per i Diritti Umani in Siria (PLHR/SY), testo che vi invito a leggere per intero per capire cos’è accaduto più in dettaglio nelle scorse ore. Il campo si è difeso e nonostante tutto si sta ancora difendendo, tramite gli sforzi del gruppo formato da abitanti di Yarmouk, Aknaaf Beit al-Maqdis. Oltre a capire le dinamiche, di vitale importanza in queste drammatiche ore che Yarmouk sta vivendo è fare qualcosa.

Finché durano gli scontri, finché il campo viene bombardato, l’assoluta priorità diventa fare appello a tutte le organizzazioni coinvolte affinché si mettano a disposizione dei feriti e di quelle 18.000 persone che l’assedio stava già stremando da due anni. Daesh è solo l’ultima delle piaghe che sono state inflitte a Yarmouk. Solo negli scorsi, ultimi mesi sono morte almeno 14 persone per via dell’assedio imposto dal regime siriano. Molti erano bambini che hanno perso la vita perché non c’era – come tantomeno può esserci ora – quel minimo di assistenza medica necessaria a farli sopravvivere.

Hamdan, 2 giorni di vita, è morto il 30 dicembre. Il 20 gennaio lo ha seguito un bambino di cui non posso scrivere il nome, perché non gli era stato ancora dato quando è morto, nel giorno della sua nascita. Jud, nato due giorni prima muore il 24 gennaio. Poi c’è stato Mohammad, che è rimasto al mondo per venti giorni prima che l’assedio lo portasse via. Non sono descrizioni meno nere delle bandiere e delle azioni di Daesh. Il numero totale delle persone uccise dall’assedio è salito ad almeno 174, prima che quest’ennesima piaga si aprisse per Yarmouk.

La crisi umanitaria che si sta facendo ancora più profonda ha spinto Yarmouk Camp News a diffondere nelle scorse ore un preoccupante allarme esprimendo “un bisogno massiccio di forniture mediche di soccorso a causa della situazione attuale”, facendo notare come “l’unico ospedale nel campo è l’ospedale Palestina che fa capo alla Mezzaluna Rossa Palestinese e che soffre di una mancanza di forniture e della maggior parte del materiale”.

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Sul cartello “Salvate Yarmouk”, solidarietà da Ramallah – fonte: Yarmouk Camp News

Se la comunità internazionale sembra in gran parte assente rispetto alle sofferenze dei palestinesi in Siria, sono invece tante le città palestinesi che stanno manifestando in solidarietà con la gente di Yarmouk, domandando che Daesh esca dal campo. Anche nei campi della Giordania e del Libano si manifesta con lo stesso spirito e la medesima richiesta. A segnalarlo è la pagina locale Mokhayyam al-Yarmouk Qalb al-Hadath che alla fine commenta: “Dal campo di Yarmouk capitale della diaspora palestinese un saluto a tutta la nostra gente palestinese con noi solidale”.

In questi giorni quando sono in atto gli scontri, i cecchini e i bombardamenti, non di rado il risultato è anche che la gente si ritrova a non poter uscire, vedendo trasformarsi il loro lungo assedio in un doppio assedio, che li chiude nelle loro case. Oltre alla mancanza di elettricità, ricordo che il regime siriano ha tagliato l’acqua al campo e che sono oltre 6 mesi che la gente è costretta a riempire bidoni di un’acqua tralaltro non sicura per essere bevuta. Significa perciò che per tutto il tempo in cui gli abitanti si trovano costretti a restare in casa non possono neanche bere, oltre alla difficoltà di procurarsi risorse alimentari.

Una delle prime pagine nere registratesi durante l’attacco da parte di Daesh è stata l’uccisione a causa di un colpo di mortaio di due giovani del campo, Jamal Khalifeh, attivista e fotografo, e Mohammad Rimawi, attivista civile. La ferita per questa perdita è ancora fresca a Yarmouk, non hanno avuto neanche la possibilità di seppellirli al cimitero per via delle violenze in atto. Sono stati seppelliti nel parco. Jamal era da poco diventato un mio amico seppure lontano e non è per me facile scriverne. Ne accenno qui perché quello delle uccisioni degli attivisti è un punto che mi è stato sempre a cuore, che fa capire molto delle dinamiche dell’assedio.

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Alcuni degli attivisti assassinati a Yarmouk – fonte: pagina Facebook locale

Prima della minaccia di Daesh, Yarmouk ha visto figure tra i suoi migliori attivisti e chi insieme a loro si è speso di più per aiutare la gente del campo, venire assassinati proprio per il loro altissimo contributo affinché le cose andassero meglio. Ali al-Haji, giovane attivista, Mohammed Aresha, responsabile dell’assistenza umanitaria nel campo, Mohammed Teraweyeh, una tra le personalità che oltre a tutto il resto stava anche cercando di trovare una soluzione per porre fine all’assedio. E poi Firas al-Naji, coordinatore generale della fondazione Bassmeh (Impronta) sono tutti stati assassinati da uomini non identificati all’interno del campo solo nell’ultimo periodo – la lista è più lunga.

La Giornata della Terra, che i palestinesi commemorano nel 30 marzo di ogni anno, è stata quest’anno macchiata di sangue a Yarmouk, quando Yahya al-Hourani – un’altra delle più importanti figure all’interno del campo, tralaltro parte della Mezzaluna Rossa – è stato assassinato da uomini non identificati. Appena due giorni dopo, è inziato l’incubo di Daesh, che è “solo” un nuovo capitolo di un incubo iniziato molto tempo prima.

A fare chiarezza sugli ultimi eventi è stata la Lega Palestinese per i Diritti Umani in Siria (PLHR/SY) che sta chiedendo in queste ore la più ampia diffusione possibile del suo e di altri appelli della stessa natura affinché abbia luogo “un intervento urgente dell’UNRWA, dell’UNHCR, della Croce Rossa Internazionale, della Mezzaluna Rossa e di tutte le altre organizzazioni umanitarie ed internazionali perché garantiscano un passaggio sicuro fuori da Yarmouk attraverso i checkpoint controllati dal regime siriano e dai suoi alleati. Oltre ad offrire garanzie che nessuno verrà arrestato come è già accaduto in diverse occasioni. Altrimenti, il campo di Yarmouk sarà testimone di un massacro che dovremmo lavorare per evitare”.

Le lunghe file per ricevere (ammesso vengano distribuiti) aiuti alimentari a singhiozzo, gli arresti arbitrari verificatisi tra gli altri casi anche in attesa di riceverli, quegli aiuti, le uccisioni sotto tortura dei palestinesi all’interno delle carceri del regime siriano, i cecchini, il comportamento di Jabat al-Nusrah che controllava circa il 60 percento del campo e che ha svolto l’esecuzione in piazza di due ragazzi con l’accusa di “blasfemia” non molto tempo fa, tutto ciò che per via dell’assedio manca nel campo – cibo, acqua, elettricità, forniture mediche – erano grida d’aiuto alte tanto quanto quelle di questi giorni.

Le precedenti non sono state ascoltate. Ora che è nella morsa di un altro inferno, Yarmouk sta gridando abbastanza forte perché il mondo lo senta ed arrivi ad aiutarlo?

Leggi e diffondi l’appello per un intervento urgente a Yarmouk

nota: Questo post, già abbastanza difficile da decidere di scrivere per via di tutti gli avvenimenti neri, è stato scritto prima che, nella notte del 4 aprile, il regime siriano sganciasse sul campo di Yarmouk diversi barili bomba. L’effetto di un barile-bomba è devastante.

 


Claudia Avolio

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