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Scatto avanti del regime militare in Egitto: quale impatto sulla Tunisia?

Di Seif Soudani. Le Courrier de l’Atlas (18/05/2015). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.

Nel calendario giudiziario e politico di Egitto e Tunisia, il 16 Maggio 2015 ha riflettuto un altro episodio di comunanza tra i destini di entrambi i paesi. Quando la potenza militare egiziana ha deciso l’esecuzione del primo presidente arabo eletto dal voto popolare, in Tunisia molti hanno messo in atto “l’uccisione” morale di oppositori politici, acuendo la demonizzazione dell’ex presidente Marzouki. Una campagna strettamente legato alla criminalizzazione dei movimenti sociali del sud del Paese.

Come a manifestare la sua determinazione, le forze lealiste legate all’ex generale El Sisi hanno apertamente sfidato l’opinione pubblica internazionale. Anche se molti continuano ad essere scettici sul fatto che il deposto presidente Mohamed Morsi possa essere giustiziato, questa possibilità deve invece essere presa sul serio, tanto più che persino il parere del mufti egiziano, sebbene interpellato in merito per far rientrare il tutto nel quadro di una “buona interpretazione dell’Islam”, non risulta essere vincolante nella vicenda.

Tre sono i capi di accusa a cui l’ex presidente Morsi “deve” lo spirito della sua condanna: il primo è quello di “aver fornito documenti della sicurezza all’Iran”; il secondo è quello di “essere evaso dal carcere durante gli eventi della rivoluzione del 25 gennaio 2011”; il terzo è quello di “spionaggio per l’organizzazione internazionale dei Fratelli Musulmani e per il movimento palestinese Hamas, al fine di compiere attacchi terroristici nel Paese per seminare il caos e rovesciare lo Stato”.

Per ciò che riguarda l’ultimo capo d’accusa, la criminalizzazione dei movimenti di resistenza palestinese rappresenta una tendenza “nuova” all’interno del mondo arabo e nella complessità con cui si sta rivelando  nel corso degli ultimi mesi. Questa tendenza, s’inscrive nel contesto di rivalità tra destra religiosa e destra nazionalista all’interno di compagini di lotta per il potere, con una differenza tra le due parti: la prima è in parte convertita alla democrazia, mentre la seconda mostra più aspetti di modernità sociale.

Rappresentando principalmente quest’ultima corrente, in Tunisia i siti d’informazione hanno adottato questa retorica neo-conservatrice occidentale dichiarando “terroristi” i movimenti come Hezbollah, non attaccato per il  sostegno che sta fornendo all’esercito di Bashar al-Assad in Siria, ma in modo assoluto.

Il giorno in cui è stato annunciato il verdetto del processo all’ex presidente Morsi, in prima serata sul canale Elhiwar Ettounsi è stato dedicato uno speciale ai 100 giorni del governo Essid. La questione è stata però velocemente sormontata e superata dallo scoppio di polemiche nate da alcune osservazioni fatte dall’ex presidente ad interim tunisino, Moncef Marzouki, in Qatar, che avrebbe affermato “bruceremo il Paese, se necessario, per eliminarli”, in riferimento ai terroristi. In seguito allo scalpore creatosi, è stato poi dimostrato che il tutto era un montaggio, e che la frase in questione era stata pronunciata da Marzouki in altro contesto e citando i rivoluzionari siriani. Il tutto si è svolto però mentre Tahar Ben Hassine, membro della Rete civile per sostenere la lotta contro il terrorismo, affermava apertamente che “venti persone non valgono l’importanza della ragion di Stato che deve prevalere soprattutto nel sud del Paese”.

In Tunisia, il sud del paese è sempre stato caratterizzato da una forte protesta sociale. Nel contesto post-rivoluzionario però, anche la protesta sociale sta finendo ad essere “salafizzata” e demonizzata esattamente come il movimento della Fratellanza musulmana o di Hamas.

La radicalizzazione della portata di questi movimenti, evoca inevitabilmente l’impotenza della classe politica nell’affrontare queste nuove forme di diffidenza in relazione allo Stato. In questo contesto, la tentazione di criminalizzare qualunque movimento di opposizione è sempre a portata di mano.

Nel frattempo il movimento politico di Ennahda, autore di un comunicato stampa contestato da molti per aver definito il presidente Morsi “ex presidente” e per essersi appellato al “dialogo nazionale”, ha avviato un vivace dibattito interno, cogliendo l’occasione dell’avvicinarsi della tenuta del prossimo congresso del partito.

È opportuno ricordare che il partito islamico moderato tunisino, fu in forte opposizione in relazione  all’abolizione della pena di morte nella votazione interna alla Costituente sulla questione, perdendo così una opportunità storica di aderire a valori universali.

Seif Soudani è giornalista per il quotidiano d’informazione online Le Courrier de l’Atlas.

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Roberta Papaleo

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