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“Save the Rest”, la campagna per salvare i detenuti in Siria

Di Youmna Dimashqi. Al-Quds al-Arabi (27/01/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

In copertina un’immagine dell’iniziativa diffusa dalla pagina Facebook Detainees’ Voice

“Save the Rest” è la campagna lanciata dagli attivisti siriani per chiedere il rilascio dei detenuti nelle carceri del regime di Assad diffondendo le loro storie e foto, ricordando sia chi è morto sotto tortura che quanti si trovano ancora in carcere o di cui non si conosce la sorte. A prendere parte all’iniziativa sono anche molti attivisti di diversi Paesi in cui si trovano a vivere i siriani, dalla Turchia al Libano, dalla Germania alla Francia [anche in Italia, ndt], che hanno scritto striscioni come “Ai detenuti che hanno lavorato per una Siria democratica e civile, vi aspettiamo sul cammino che conduce alla libertà”.

Save the Rest Siria
Il logo della campagna “Save the Rest”

Bassam Ahmad, portavoce del Violation Documentation Center, partecipa alla campagna spiegando che l’idea su cui si basa è riportare sotto i riflettori una questione che nessuno può dimenticare e identificando la scelta di svolgerla a ridosso dei colloqui di Mosca nel tentativo di fare pressioni sulla comunità internazionale perché faccia qualunque cosa pur di salvare i detenuti. Tra gli obiettivi primari dell’iniziativa c’è anche la comunicazione con le organizzazioni che si occupano dei diritti umani e delle questioni legate ai detenuti.

Come fa notare lo stesso Ahmad, le recenti stime circa il numero di detenuti in Siria portano alla luce dati terrificanti: 200 mila le persone detenute finora di cui almeno 15 mila morte sotto tortura nelle carceri del regime, almeno 1500 bambini e bambine sottoposti ad arresti arbitrari ed almeno 1700 donne. La campagna chiede il rilascio anche di chi è prigioniero dei battaglioni che rivendicano la propria appartenenza alla rivoluzione siriana e dei prigionieri di Daish (conosciuto in Occidente come ISIS).

“Save the Rest” andrà avanti fino a febbraio e prevede anche dei presidi di fronte alle ambasciate. Tra le pagine Facebook che diffondono le storie dei detenuti siriani c’è quella dal titolo “Io sono un detenuto, io sono una detenuta: questa è la mia storia nelle carceri del regime”. Raccoglie decine di storie raccontate dagli amici dei detenuti, come quella di un padre che ha visto i suoi figli in sogno, uno studente universitario che ha lasciato il suo banco vuoto tra i compagni e famiglie che hanno ricevuto le carte di identità dei figli da parte dei servizi di sicurezza come se fossero morti sotto tortura e invece erano ancora vivi, e questo per ricattarne i famigliari.

“Non ricordo la data in cui sono stata incarcerata, non ricordo l’anno né il giorno né il mese. Ho dimenticato perfino in che braccio mi trovavo, trasformata in un numero. Tu ora sei un numero sfollato, e lui è un numero detenuto, quest’altro è un numero rifugiato e quell’altro è un numero martire. Per non trasformarci tutti in dei numeri, chiediamo che riportino i detenuti da noi. Scrivete e reclamateli perché un giorno possiamo dimenticare i numeri”: così Sham conclude il memoriale della sua detenzione sulla sua pagina. Quando finirà il gioco dei numeri in Siria?

Youmna Dimashqi, attivista siriana, scrive per diversi siti tra cui Al-Quds al-Arabi e Syria Deeply.

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