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Sarah Hijazi: “Il cielo è migliore della terra e io voglio il cielo”. Il peso del carcere e dell’omofobia in Egitto

di Katia Cerratti

“Il cielo è migliore della terra e io voglio il cielo”. Così Sarah Hijazi, attivista LGBT egiziana, scriveva su twitter qualche tempo fa. E alla fine ha scelto il cielo, lasciando un biglietto in cui ha chiesto perdono ai fratelli, agli amici e al mondo:“Ai miei fratelli e sorelle, ho provato a sopravvivere e ho fallito, perdonatemi. Ai miei amici, l’esperienza è dura e sono troppo debole per resistere, perdonatemi. Al mondo, sei stato davvero crudele! Ma io perdono”.

Non è bastato l’esilio in Canada dunque, a salvarle la vita, a farle dimenticare l’orrore vissuto in carcere in Egitto, a restituirle la speranza di far valere quei diritti per i quali tanto aveva lottato. Sarah è morta suicida a 30 anni lo scorso 14 giugno, schiacciata dal peso di una depressione insopportabile, conseguenza delle violenze sessuali e psicologiche subite in un carcere maschile al Cairo nel 2017, dove è rimasta per tre mesi, rea di aver sventolato una bandiera arcobaleno durante il concerto della band libanese Mashrou’ Leyla, già censurata la scorsa estate in Libano perché ritenuta blasfema.

Sarah si è portata dietro le ferite che l’Egitto omofobo di al-Sisi le ha inferto in nome di un “dovere pubblico” a cui si prostrano polizia, media allineati allo Stato e establishment religioso, ovvero, quello di combattere la diffusione dell’omosessualità per proteggere la moralità pubblica. Una vera e propria caccia ai gay. Un’ossessione che viola i diritti umani e i numeri lo confermano. Secondo un rapporto dell’EIPR  (Egyptian Initiative for Personal Rights) infatti, tra ottobre 2013 e marzo 2017 la polizia egiziana avrebbe preso di mira gay e transgender arrestando e processando 232 persone, con pene che vanno dai tre anni di carcere fino ad arrivare anche a 12. Una media di 66 persone l’anno. Nei 13 anni precedenti il regime di Al-Sisi, la media degli arresti era di 14 l’anno. L’accusa è “pratica abituale di dissolutezza, immoralità o blasfemia”. In realtà, poiché l’omosessualità non è vietata in Egitto, secondo il rapporto EIPR, si tratterebbe di un uso improprio della Legge 10/1961 che criminalizza la prostituzione, e che viene estesa, in modo confuso, all’attività sessuale consensuale tra adulti dello stesso sesso, ritenuta una pratica che viola le norme della società.

La tecnica usata dalla polizia per incastrarli è sempre la stessa: usa app di incontri online e falsi account, pianificando appuntamenti per poi arrestarli.

I media allineati allo Stato, definiscono l’omosessualità una ‘vergogna e una malattia che dovrebbe essere tenuta nascosta’. Emblematico a questo proposito, il commento di un conduttore televisivo su una tv locale egiziana in merito al caso del giovane Patrick Zaki, lo studente egiziano venuto in Italia per seguire un master internazionale di studi di genere all’Università di Bologna e arrestato il 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo con l’accusa di propaganda contro il sistema. Nel video di Ten Tv, il conduttore Nashat Dahi, accusa Zaki di essere omosessuale e di essere andato in Italia a fare un master sull’omosessualità per insultare lo Stato egiziano. Patrick Zaki è ancora in carcere, ogni 15 giorni gli viene prorogata la custodia cautelare, i suoi avvocati riferirono di torture con cavi elettrici sin dall’inizio e il pensiero non può non andare a Giulio Regeni e ai suoi familiari che ancora aspettano giustizia.

Ragazzi colti, cittadini del mondo, difensori dei diritti umani che tanto infastidiscono i regimi e per questo pagano un prezzo altissimo. Anche Sarah era molto attiva culturalmente e politicamente. Era membro del partito Bread and Freedom, un movimento socialista che si oppone al regime di al-Sisi. Nel 2010, si era laureata in Sistemi Informatici prima alla Thebes Academy del Cairo e nel 2016 all’Università americana presso il Centro di educazione permanente. Attraverso l’e-learning aveva poi ottenuto gli attestati in “Lotta per l’uguaglianza: 1950-2018”, “Femminismo e Giustizia sociale “,” Metodi di ricerca “,”Diversità e inclusione sul posto di lavoro”e“Comprendere la violenza “ della Columbia University di Santa Cruz, Università SOAS di Londra, Università di Pittsburgh ed Emory.

Valerie Lannon, rivoluzionaria socialista e autrice del saggio“Indigenous sovereignty and socialism”, di lei racconta:“A pochi minuti dall’incontro con Sarah al Centro operativo dei lavoratori di Toronto, mi dichiarò:”Sono una comunista”. Ho pensato tra me e me: “Beh, questo fa risparmiare parecchie ore di discussione”. […] Era il giugno del 2019 ed eravamo a una riunione della campagna Fight for $ 15 e Fairness. Mi chiese immediatamente della scena politica a Toronto e fu allora che uscì la dichiarazione “comunista”. Poco dopo mi ha raccontato del suo autismo, così ho imparato ad apprezzare l’immediatezza che è spesso associata alle persone con autismo. Mi parlò del partito politico di cui aveva fatto parte in Egitto, il Bread and Freedom. Un nuovissimo gruppo socialista si era appena formato in Canada, lo Spring Socialist Network, e lei si unì a noi quasi immediatamente. Sarah ha contribuito moltissimo alla nostra organizzazione. Era particolarmente chiara sul ruolo dello Stato e il suo messaggio ai compagni sudanesi era di “essere consapevoli dei mini-Mubarak”, vale a dire le molte facce della repressione statale che continuano a prosperare una volta sparito il dittatore. Sarah aveva un grandissimo amore per l’arte. Adorava visitare la Galleria d’arte dell’Ontario, assistere alle sinfonie alla Koerner Hall, fare tranquille passeggiate a High Park e divertirsi con gli animali dello zoo. Ma la prigione aveva lasciato il segno, lasciandola con un trauma significativo”.

Un trauma che forse, aveva preparato la strada alla consapevolezza che l’epilogo sarebbe stato quello, tragico, del 14 giugno. Nel 2017, sul suo blog Sarah infatti scriveva:“Il suicidio è un omicidio perpetrato da persone che non saranno mai condannate. Un’intera società ha preso parte all’omicidio”.

Le ultime parole di Sarah, lasciate su un foglio di quaderno, parlano di un mondo crudele che lei ha perdonato. Noi, che di quel mondo facciamo parte, non possiamo perdonare, né restare a guardare. Denunciare i casi di tortura e di violazione dei diritti umani e dare voce a chi voce non ha è un dovere morale.

L’ultimo messaggio di Sarah Hijazi qualche ora prima della sua morte

Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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