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Samira, Razan, Wael e Nazem: due anni e mezzo di assenza

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Di Yassin al-Hajj Saleh. Al-Hayat (09/06/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.

Dalla vicenda del rapimento di Razan Zaitouneh, Samira al-Khalil, Wael Hammadi e Nazem Hammadi, avvenuto a Douma per mano di Jaysh al-Islam due anni e mezzo fa, emerge l’incurabile stato degli attivisti siriani democratici, di formazione laica e indipendenti. I quattro sono stati oppositori degli Assad (Samira rimasta in prigione per 4 anni sotto Hafez al-Assad, Razan sottoposta a pressioni da parte delle forze di sicurezza, Wael arrestato due volte dopo la rivoluzione e torturato, Nazem in clandestinità dall’inizio della rivoluzione fino al suo arrivo a Douma tre mesi prima di essere rapito), sono laici di formazione e di pensiero, e non fanno parte di coloro che viaggiano e tengono conferenze, supportati dalle reti internazionali.

Erano testimoni attendibili del massacro chimico avvenuto nella Ghouta, oltre a voce di sostegno per tutto il popolo della regione. Senza il supporto a livello internazionale, non vi è stata per loro una richiesta seria di scambio di prigionieri né sono state esercitate pressioni sulle forze regionali. Forse non è esagerato pensare che la loro assenza sia nell’interesse anche delle forze internazionali, poiché elimina una testimonianza autorevole dell’attacco. In quanto laici, non hanno ottenuto alcuna solidarietà da parte di islamisti, anziani o altre organizzazioni, e non appartenendo ad una comunità, dalle minoranze non sono protetti.

Questo è ciò che pone Samira, Razan, Wael e Nazem in una posizione unica, e che rende la loro vicenda una lezione per la situazione tragica della rivoluzione siriana, e per quegli idealisti e idealiste che sono ancora impegnati in una lotta tremenda con dedizione, perseveranza, coraggio, dignità, senso umanitario e della cultura.

Un poeta, una scrittrice, due politici intellettuali democratici, i due uomini e le due donne non sono solo intellettuali nel senso comune del termine, ma combattenti impegnati nella lotta per la libertà, alle cui parole seguono le azioni. E in questo senso è loro mancato anche il sostegno proprio da parte degli intellettuali.

Oggi sono passati due anni e mezzo dal rapimento di Razan Zaitouneh, Samira al-Khalil, Wael Hammadi e Nazem Hammadi, e non sappiamo nulla di loro. Io potevo essere il quinto dei quattro, ero con loro fuori da Damasco sotto i bombardamenti durante quei cinque mesi del 2013. Dal momento che sono il sopravvissuto e per caso sono uno scrittore, è capitato a me di dover proseguire la battaglia in ambito giuridico e politico, così come nelle sfere intellettuali e morali. Non ho alcun dubbio su chi sarà il vincitore della battaglia che ci è stata imposta, ma vorrei allontanarla per qualche tempo.

Yassin al-Hajj Saleh è uno scrittore siriano, giornalista e attivista della rivoluzione.

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Redazione

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