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Sahel: lo scacchiere dei cartelli del jihad

Jeune Afrique (08/03/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

SahelIn una registrazione audio diffusa sulla sua pagina Twitter, il gruppo jihadista di origine nigeriana Boko Haram ha annunciato sabato la propria alleanza con Daesh (ISIS), a tre mesi dalle elezioni presidenziali in Nigeria. Intanto la formazione al-Mourabitoune, guidata dall’algerino Mokhtar Belmokhtar, ha rivendicato l’attentato di sabato a Bamako, in cui sono morti un francese, un belga e tre maliani. Nessuna rivendicazione invece per l’attacco contro un campo delle Nazioni Unite a Kidal, nel nordest del Mali. Un quadro pericoloso, che mostra l’inefficacia delle misure finora adottate per la stabilità nel Sahel.

“Annunciamo la nostra alleanza con il califfo dei musulmani Ibrahim ibn Awad ibn Ibrahim al-Husseini al-Qurashi”, dice nella registrazione il capo di Boko Haram Abubakar Shekau, parlando in arabo standard con sottotitoli in inglese e francese e chiamando al-Baghdadi (l’autoproclamato califfo di Daesh) con il suo nome completo. Un riferimento alla famiglia Quraish, cui appartenevano il profeta dell’islam Mohamed (i Banu Hashim) e le tre dinastie di califfi Omayyade, Abbaside e Fatimide. Nei video degli ultimi mesi, Shekau aveva più volte nominato al-Baghdadi e a giugno 2014 aveva proclamato un califfato nella città conquistata di Gwoza, nel Borno, dichiarando il suo sostegno a Daish. Inoltre ne ha adottato tattiche bandiera e slogan e, a gennaio, ha aperto una pagina Twitter ispirandosi alle sue tecniche di propaganda. Una svolta dunque rispetto al legame con al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che durava dal 2010.

Prosegue intanto l’offensiva dell’esercito nigeriano, che ha da poco riconquistato varie città strategiche nel Borno. In risposta Boko Haram ha rivendicato tre attentati quasi simultanei a Maiduguri, nei quali i morti sono stati almeno 58. L’alleanza con Daesh potrebbe aumentare le possibilità di reclutamento di Boko Haram, bilanciando le perdite sul campo di battaglia. Per i cartelli del jihad la propaganda è fondamentale, come dimostra la rivendicazione del gruppo al-Mourabitoune dell’ultimo attentato a Bamako, in Mali. Il gruppo, che usa la stessa bandiera di Daesh, è nato nel 2013 dalla fusione del Movimento per l’Unicità e il jihad in Africa occidentale (Mujiao) con i Mouaguiine Biddam (“quelli che firmano con il sangue”), formazione dissidente di AQMI fondata poco prima dallo stesso Belmokhtar, dopo la sua sostituzione con Abdelmalek Droukdel a capo di una falange armata. Al-Mourabitoune, la cui creazione era stata promossa dal capo di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, era attivo nella regione di Gao in Mali e nel Niger, uno dei territori privilegiati da Boko Haram, con cui secondo gli esperti ha stretti contatti.

L’intreccio di alleanze, più tattiche che ideologico-religiose, si colloca sullo sfondo delle manifestazioni di impegno degli stati del Sahel contro i cartelli del jihad, inclusi i colloqui di Algeri per risolvere il conflitto in Mali. L’accordo di Algeri del 1° marzo finora è stato ratificato solo dal governo maliano, mentre i movimenti dell’Azawad (il MNLA, Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, l’HCUA, Alto Consiglio per l’unità dell’Azawad e il MAA, Movimento arabo dell’Azawad), malgrado gli appelli dell’ONU, hanno chiesto tempo per consultare le rispettive basi, in vista della riunione del 10 marzo a Kidal. Intanto i governi di Camerun e Nigeria (teatro di attacchi da parte di Boko Haram) hanno annunciato l’istituzione di comitati di vigilanza per sorvegliare le frontiere. Obiettivo, scambiare informazioni sui traffici di droga e armi, sul riciclaggio di denaro e su altre attività criminali che costituiscono la principale fonte di guadagno dei cartelli del jihad.

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Carlotta Caldonazzo

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