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Qual è il ruolo della Russia nella lotta contro Daish?

Di Paul J. Saunders. Al-Monitor (06/10/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Mentre continuano i raid aerei contro Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) e si intensificano gli sforzi per assistere le forze più moderate che stanno tentando di rovesciare Assad, Washington non dovrebbe tralasciare il complesso ruolo della Russia.

Mosca avrebbe potuto essere il primo membro (oltre al regime siriano) della coalizione contro quei gruppi che si sono fusi a formare Daish. Dopotutto, la politica della Russia dall’inizio della guerra civile siriana è stata quella di sostenere il Presidente Assad, per evitare quel caos che può favorire l’ascesa degli estremisti. Ciò spiega i rifornimenti di armi e la condivisione di intelligence con il governo siriano. Inoltre, quando Daish ha preso a guadagnare terreno in Iraq, ha immediatamente dotato Baghdad di caccia da terra.

Eppure la Russia si oppone a diversi cardini della strategia di Obama. Il Cremlino, infatti, non ha ben accolto gli attacchi degli USA e dei suoi alleati in territorio siriano per due motivi: il primo è che secondo Putin occorre il permesso di Damasco; il secondo è il timore che gli attacchi si estendano anche ad obiettivi del regime.

Ciò, a sua volta, suscita due domande. Mosca crede che l’esercito di Assad possa continuare a tener testa contemporaneamente a Daish e all’Esercito Siriano Libero se gli USA e i suoi alleati cambieranno l’equilibrio militare? E cosa accadrebbe se invece il regime siriano iniziasse a perdere terreno? Nessuno all’infuori della ristretta cerchia di Putin può rispondere al primo interrogativo. Più importante invece è come reagirebbe la Russia.

Fino ad ora, l’assistenza militare alla Siria ha incluso sistemi antimissile Buk e Pantsir, missili antinave Yakhont, caccia Yak-130, droni ed altro. Ovviamente la Russia ha garantito anche aiuto non militare, come un accordo per lo scambio di greggio siriano a fronte di prodotti raffinati russi ed un costante sostegno diplomatico, compreso all’interno dell’ONU.

Cos’altro potrebbe fare Mosca? Teoricamente inviare truppe di combattimento, ma è piuttosto improbabile, per le stesse ragioni che scoraggiano gli USA dall’intervenire direttamente in Iraq: sarebbe un’operazione senza limiti, costosa ed impopolare a livello interno.

Per capire in che direzione potrebbe andare il Cremlino, basta guardare alle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Nonostante le differenze, Ucraina e Siria hanno un importante elemento in comune: in entrambi i casi, la politica della Russia cerca di evitare il crollo di un regime amico, la cui sopravvivenza protegge degli interessi  fondamentali. Nella fattispecie si tratta di impedire a Kiev di entrare nella NATO e di evitare che la Siria diventi uno Stato fallito, base per gli estremisti ceceni.

In che modo la politica della Russia in Ucraina è rilevante per la Siria? In primo luogo, il sostegno di Mosca ai separatisti dimostra l’intenzione di scongiurarne la sconfitta, prima fornendo armi e poi anche “volontari” equipaggiati ed addestrati. In secondo luogo, l’escalation russa è stata graduale: Putin non ha inviato 50.000 truppe in Ucraina, ma solo poche migliaia – abbastanza per spostare l’equilibrio contro il debole esercito governativo e le sue milizie.

La Russia, quindi, potrebbe consegnare altre armi al regime di Damasco, tra cui gli S-300, contravvenendo ai patti con gli USA ed Israele. Ciò potrebbe costare caro a Mosca, perché potrebbe spingere Washington a coordinare con Assad gli attacchi all’interno della Siria. In ogni caso  sarebbe una mossa geopolitica più che militare: considerato come Mosca si preoccupi sempre meno delle reazioni dell’Occidente, il vero limite al rifornimento di nuove armi è di tipo finanziario.

In conclusione, la Russia non può fermare i raid in territorio siriano, né il sostegno all’opposizione moderata da parte degli USA e dei suoi partner. Può però aiutare il regime di Assad più di quanto abbia fatto fino ad ora. Washington e le altre capitali del Medio Oriente farebbero bene a tenerlo in mente.

Paul J. Saunders è direttore del Centro per l’Interesse Nazionale degli USA ed è stato consigliere del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione di George W. Bush.

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Cristina Gulfi

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